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mercoledì 15 luglio 2015

GIACOMO CASANOVA A TRIESTE



Bondì, mularia mata…

Nel 1772, il notissimo Giacomo Casanova, di ritorno dalla Polonia, aveva avuto occasione di fermarsi a Trieste.
La nostra città piacque subito al quarantasettenne Marchese di Seingalt, tanto che più volte verrà citata anche nelle sue “Memorie”, ovvero l’autobiografia del celebre avventuriero veneziano.

In via dei Capitelli, subito all’incrocio con via Trauner, resiste ancor oggi, restaurato, un antichissimo palazzo che nel 1750 ospitò un casinò; più precisamente “L’antico Casino dei Nobili”.
All’epoca, il proprietario del palazzo era il conte Giacomo de Gabbiati, che di sua precisa iniziativa volle trasformarlo in un luogo conviviale per altolocati signori della Trieste bene di allora, dove si potevano tenere periodicamente riunioni serali, cene di gala, dibattiti politici e incontri d’affari.
Ma –come in ogni casinò che si rispetti- l’attività principale era il gioco. In particolare, il gioco d’azzardo!
“Un luogo quanto mai bello e lussuoso”… così venne definito da Casanova, proprio nel suo libro di memorie. Casanova, ovviamente, essendo un gran giocatore, spesso e volentieri si intratteneva in questo casinò durante i suoi soggiorni triestini.

Qui sotto il palazzo “Casino dei Nobili”, in un mio vecchio pupolo/fumetto del 2001:




Ma fu soprattutto un’altra la ragione che spinse Casanova ad affezionarsi moltissimo alla nostra città. Sempre nel 1772, durante il carnevale, Casanova si presentò a Palazzo dei Leo. La nobile famiglia dei Leo apparteneva alle storiche tredici casade triestine, e in quel periodo numerosissime erano le feste organizzate nel palazzo; feste alle quali l’alta borghesia di Trieste non poteva di certo mancare. E Casanova era richiestissimo nei salotti buoni, quindi l'avventuriero veneziano iniziò a frequentare con una certa assiduità anche le feste di Palazzo Leo.

Qui sotto il Palazzo dei Leo come si presenta oggi:

E durante la festa del carnevale 1772 –come dicevo poc’anzi- Casanova fu ospite presso il palazzo. Ad un certo punto della serata, il veneziano incontrò due maschere; un Arlecchino maschio ed un’Arlecchina femmina.
I tre fecero subito amicizia, scambiandosi numerose battute sagaci ed irriverenti, dimostrando a tutti i presenti un’autoironia ed un’intelligenza veramente notevoli.
L’Arlecchino era quello che lanciava le battute e le ironie più pungenti, ma il maggior interesse di Casanova era rivolto principalmente all’Arlecchina (e come dargli torto?).
Alla fine della festa vi fu l’obbligo di tirarsi via le maschere, e… sorpresa; l’Arlecchina era il maschio, mentre l’Arlecchino era la femmina!!

Casanova rimase alquanto stupito, ma, da gentiluomo qual era, non mancò di complimentarsi immediatamente con i due arlecchini, apprezzando il tiro ben riuscito (a carnevale ogni scherzo vale!).
L’Arlecchina femmina, una donna bellissima, era la figlia del padrone di casa.
L’Arlecchino maschio, invece, era il fratello.
Al termine della festa, tanto per non smentirsi, Giacomo Casanova si ritirò assieme alla donna in una stanza privata del palazzo. Lì, tra il buio complice della stanza e la passionalità della notte, tra i due nacque subito l'effervescente scintilla dell'amore. Un grande amore che durò per più di un anno; tra il 1772 ed il 1773, Casanova fece spesso delle puntate a Trieste per incontrarsi con la donna.
In seguito, alla fine della loro storia restò una lunga amicizia, consolidata soprattutto da una fitta corrispondenza.
Anche questo episodio verrà in seguito narrato dallo stesso Casanova, nelle sue memorie.





Alla prossima

       René

martedì 23 agosto 2011

LA "MUTA" - BREVE SGUARDO SULLE CASE CHIUSE DI TRIESTE...

A Trieste, esiste un argomento poco o nulla affrontato da storici ed appassionati di cronaca triestina d'altri tempi... il cosiddetto fenomeno delle "case chiuse".
Un tessuto storico ricco di oscuri ricami, perduti nelle pieghe delle antiche memorie oramai sparse qui e là in consunte frattaglie di tempo.




Io mi limiterò solo ad un breve excursus dedicato esclusivamente al XX° secolo, essendo già presenti su internet da qualche tempo alcune informazioni storiche più dettagliate riguardo i postriboli più antichi esistenti a Trieste già in epoca medievale.

La gran parte di questi bordelli triestini si trovavano nella zona di Cittavecchia, e conobbero il loro massimo splendore nel periodo a cavallo tra il primo '900 ed il secondo dopoguerra, fino all'avvento della Legge Merlin. 




Ogni vicolo, ogni via da Cavana fino a sotto il colle capitolino di San Giusto, pullulava di questi angoli di mondo, dove chiunque poteva trovare un proprio sfogo, non solo fisico ma anche psichico.





I bordelli più frequentati si trovavano in Via dell'Altana, Via del Fico, Via del Fortino, Via delle Beccherie Vecchie ed infine Via dei Capitelli. Ma tanti altri sorgevano un po' dappertutto tra le zone di Cavana e Riborgo.




 Notissima era la "Villa Orientale", situata in via Bonomo. Uno dei bordelli più "sciccosi", del quale possiamo vedere, qui sotto, un'immagine d'epoca pubblicata su una cartolina non viaggiata (la cartolina è di proprietà del signor Dario Fontana, che ringrazio):





Grande fama tra gli anni venti e gli anni '40 riscosse la casa di tolleranza chiamata "La Francese", situata fino al 1958 in Via dei Capitelli n. 6.

Uno dei biglietti da visita della casa La Francese:




Considerata come una delle più chic, distribuiva ai propri clienti un biglietto da visita in 4 lingue.

Qui sotto un mio disegno, raffigurante l'interno de La Francese, durante una serata "allegra" di alcuni militari fascisti del 1932 (come sempre cliccare sulle immagini per visualizzarle in grande):




Recentemente, una decina d'anni fa circa, durante i lavori di restauro del Piano Urban, sono riaffiorati alcuni antichi affreschi ottocenteschi, raffiguranti donne desnude. Tali dipinti invogliavano il cliente durante l'attesa del proprio turno.






Un altro famoso bordello era il "Metro Cubo", situato in Via del Fortino. Esso era il bordello più lurido ed infimo, e pure piccolo (da qui il nome), ma molto apprezzato dal grandissimo scrittore irlandese James Joyce, durante la sua permanenza a Trieste.

Quando Trieste era occupata dai tedeschi, nell'atrio della stazione ferroviaria esisteva un elenco di case di tolleranza autorizzate. Tale elenco serviva soprattutto ai militari, i quali vi potevano poi accedere con regolare permesso rilasciato dal proprio comando. Ovviamente anche sotto l'amministrazione anglo-americana, le prostitute erano sempre munite di un obbligatorio salvacondotto sanitario rilasciato dalla Questura.

Qui sotto libretto sanitario tedesco, rilasciato a Trieste per le case di tolleranza:




Sempre nel periodo anglo-americano, alcuni bordelli venivano segnalati "Off Limits", tramite apposite X cerchiate dipinte sui muri vicino alle entrate di tali bordelli proibiti alle truppe.


Qui sotto due foto dell'epoca, con i simboli "Off Limits".. la prima in Via del Fortino, vicino Cavana, e la seconda in Via del Fico:








Negli anni della seconda guerra mondiale, nella zona di Cittavecchia, dove vi era un fitto numero di postriboli, vi era una ragazza, muta dalla nascita, conosciuta per l'appunto solo come "la muta".
Essa conobbe la fama soprattutto negli anni del dopoguerra, allorquando i soldati anglo-americani usavano spesso "passare un po' di buon tempo libero" in quei luoghi dimenticati da Dio, qual erano i bordelli.

Dopo l'avvento della sopracitata Legge Merlin, la "Muta" ed altre sue colleghe continuarono il "mestiere più antico del mondo" in semiclandestinità, in proprio.

Oltre alla "Muta", vi erano anche altre due famose prostitute, nominate la "Garibaldina" e la "Bersagliera".

Qui sotto, un mio pupolo raffigurante la "Muta" e un militare del TRUST in... "libera uscita"!!! :D




Tutte e tre usavano spesso e volentieri "procacciarsi clientela", attacando bottone all'antica "Trattoria La Grotta", e successivamente al vicino "Bar de Lucia". 
Il bar, situato all'angolo tra l'inizio di Via dei Capitelli, Cavana e Via delle Beccherie Vecchie, chiuse i battenti nei primi anni '80. In quest'ultimo lasso di tempo, non era raro incontrare durante il giorno alcune prostitute dell'epoca d'oro, oramai invecchiate, tra cui la "Muta", ma anche la Bersagliera. Quest'ultima riconoscibile dai capelli tinti in un nero scurissimo, ed un pesantissimo trucco, nonostante l'età avanzata. Inoltre si portava sempre dietro un piccolo mangiadischi degli anni '60, dove inseriva continuamente dei 45 giri con canzoni patriottiche, e soprattutto la "Canzone dei Bersaglieri", suonata in continuazione (da qui il curioso soprannome in tema). Fumava, beveva e rideva sempre, ogni giorno con ogni tempo.

Qui sotto il "Bar de Lucia"  negli anni '70 e successivamente alla fine degli '80, oramai abbandonato e totalmente ricoperto da numerosi graffiti variopinti, sui quali dominava la simpatica intestazione goliardica "Fulminelli Street". Nel 2001 l'intero palazzo è stato ristrutturato, diventando l'attuale sede della "Casa della Musica"!








La "muta" forse è ancora viva... qualcuno asserì di averla vista, oramai anzianissima, ancora in giro in Via S.Michele, fino al 2005 circa.


      René