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mercoledì 6 dicembre 2017

AUGURI DI SAN NICOLO' A TRIESTE, CON TOPOLINO, PAPERINO, PIPPO E PLUTO


Buondì. Rieccomi qui dopo un mucchio di tempo. 
Purtroppo è proprio il mio tempo a mancare, e così aggiorno il blog ogni morte di Papi (quello della tivvvvvù).
Questo post è un post veloce veloce da leccarsi i maglioni, proprio per la mancanza di tempo, ma ci tenevo ad augurare a tutti Voi, Triestine e Triestini, un Buon San Nicolò!!!
Lo faccio postando un pupolo in stile "Disneyan-Patoco", presentato sia in versione seppia sia nella versione originale, ovvero quella a colori. Come al solito, scegliete voi la versione che gradite di più.
Pupolo augurale -ispirato a "Chi sarà la mia stela (Buonanotte Buon Natale)", una bella canzone natalizia dialettale di Lorenzo Pilat- ambientato nella cittavecchia di trent'anni fa; quest'ambientazione vintage perché mi ricorda di quand'ero bambino, e proprio in questo periodo, nel 1987, mi recavo spesso assieme a mio padre alla stramitica libreria-fumetteria "Nonsololibri" di Dario e Mariuccia Fontana, proprio per comprare le strenne natalizie by Disney, e ovviamente per partecipare all'annuale bicchierata festosa che si teneva in quel periodo proprio lì, al sabato precedente al Natale (ovviamente non bevevo, che allora avevo solo 9 anni, e per me il massimo consentito in tal senso era solo il Nesquik!!! :D )

Ancora Tanti Cari Auguroni di Buone Feste a tutte le mule e a tutti i muloni!!

    René

P.s.: per visualizzare in grande il pupolo, clic sopra!









































Qui, invece, l'omonimo brano del m° Lorenzo Pilat; brano ispiratore di questo mio pupolo:


mercoledì 15 luglio 2015

GIACOMO CASANOVA A TRIESTE



Bondì, mularia mata…

Nel 1772, il notissimo Giacomo Casanova, di ritorno dalla Polonia, aveva avuto occasione di fermarsi a Trieste.
La nostra città piacque subito al quarantasettenne Marchese di Seingalt, tanto che più volte verrà citata anche nelle sue “Memorie”, ovvero l’autobiografia del celebre avventuriero veneziano.

In via dei Capitelli, subito all’incrocio con via Trauner, resiste ancor oggi, restaurato, un antichissimo palazzo che nel 1750 ospitò un casinò; più precisamente “L’antico Casino dei Nobili”.
All’epoca, il proprietario del palazzo era il conte Giacomo de Gabbiati, che di sua precisa iniziativa volle trasformarlo in un luogo conviviale per altolocati signori della Trieste bene di allora, dove si potevano tenere periodicamente riunioni serali, cene di gala, dibattiti politici e incontri d’affari.
Ma –come in ogni casinò che si rispetti- l’attività principale era il gioco. In particolare, il gioco d’azzardo!
“Un luogo quanto mai bello e lussuoso”… così venne definito da Casanova, proprio nel suo libro di memorie. Casanova, ovviamente, essendo un gran giocatore, spesso e volentieri si intratteneva in questo casinò durante i suoi soggiorni triestini.

Qui sotto il palazzo “Casino dei Nobili”, in un mio vecchio pupolo/fumetto del 2001:




Ma fu soprattutto un’altra la ragione che spinse Casanova ad affezionarsi moltissimo alla nostra città. Sempre nel 1772, durante il carnevale, Casanova si presentò a Palazzo dei Leo. La nobile famiglia dei Leo apparteneva alle storiche tredici casade triestine, e in quel periodo numerosissime erano le feste organizzate nel palazzo; feste alle quali l’alta borghesia di Trieste non poteva di certo mancare. E Casanova era richiestissimo nei salotti buoni, quindi l'avventuriero veneziano iniziò a frequentare con una certa assiduità anche le feste di Palazzo Leo.

Qui sotto il Palazzo dei Leo come si presenta oggi:

E durante la festa del carnevale 1772 –come dicevo poc’anzi- Casanova fu ospite presso il palazzo. Ad un certo punto della serata, il veneziano incontrò due maschere; un Arlecchino maschio ed un’Arlecchina femmina.
I tre fecero subito amicizia, scambiandosi numerose battute sagaci ed irriverenti, dimostrando a tutti i presenti un’autoironia ed un’intelligenza veramente notevoli.
L’Arlecchino era quello che lanciava le battute e le ironie più pungenti, ma il maggior interesse di Casanova era rivolto principalmente all’Arlecchina (e come dargli torto?).
Alla fine della festa vi fu l’obbligo di tirarsi via le maschere, e… sorpresa; l’Arlecchina era il maschio, mentre l’Arlecchino era la femmina!!

Casanova rimase alquanto stupito, ma, da gentiluomo qual era, non mancò di complimentarsi immediatamente con i due arlecchini, apprezzando il tiro ben riuscito (a carnevale ogni scherzo vale!).
L’Arlecchina femmina, una donna bellissima, era la figlia del padrone di casa.
L’Arlecchino maschio, invece, era il fratello.
Al termine della festa, tanto per non smentirsi, Giacomo Casanova si ritirò assieme alla donna in una stanza privata del palazzo. Lì, tra il buio complice della stanza e la passionalità della notte, tra i due nacque subito l'effervescente scintilla dell'amore. Un grande amore che durò per più di un anno; tra il 1772 ed il 1773, Casanova fece spesso delle puntate a Trieste per incontrarsi con la donna.
In seguito, alla fine della loro storia restò una lunga amicizia, consolidata soprattutto da una fitta corrispondenza.
Anche questo episodio verrà in seguito narrato dallo stesso Casanova, nelle sue memorie.





Alla prossima

       René

martedì 19 febbraio 2013

SIOR POPEL - STORIA DI UN GRANDE BENEFATTORE TRIESTINO






Bondì, mularia mata…

Oggi vi parlo di Giuseppe Poppel (poi divenuto Giuseppe Von Poppel), dai triestini conosciuto come “sior Popel”.

“Sior Popel” era un commerciante di origine tedesca. Nel 1852, assieme alla moglie, aveva aperto in Corso un negozio di giocattoli e lane da ricamo.
Il suo negozio, allora, era l’unico di questo genere, così gli affari cominciarono a crescere sempre di più, procurandogli in poco tempo un notevolissimo tenore di vita.
Già nel 1866, ormai ricco e benestante, chiuse il suo negozio.

Il Poppel era un tipo già anzianotto, ma molto piacente e distinto, con la sua barbetta bianca e la sua postura elegante e signorile che gli conferivano un grande fascino.
Per questo egli divenne molto popolare.
Ma la vera popolarità del personaggio giunse un paio d’anni più tardi, allorquando “sior Popel” iniziò a recarsi, tutte le domeniche pomeriggio, alla Pia Casa dei Poveri per regalare sempre tanti dolciumi e giocattoli ai piccoli e sfortunati ospiti.
Inoltre, in Piazza Barbacan, subito accanto alla sua casa, aveva allestito una mensa popolare per i poveri del rione.
Sempre in Piazza Barbacan e nei dintorni di Rena Vecia, sior Popel girava per vicoli, piazzette e viuzze, nelle sere antecedenti il periodo di Natale, per regalare, ai bambini poveri del rione, dei sacchi ripieni di giocattoli e frutta.

Qui sotto, un mio pupolo raffigurante la mensa popolare di sior Popel, in Piazzetta Barbacan, nel periodo natalizio:




Sior Popel divenne così popolarissimo in tutta Trieste !
Quando qualcuno spendeva tutti i soldi, le mogli usavano dire ai loro mariti spendaccioni: “E desso? No te ga più un boro… cussì te tocherà ‘ndar a magnar de Popel !!... “

Alcuni adottarono un’altra tipica espressione: “No ‘vemo, sior Popel, paion”.

Questo, perché sior Popel era un benefattore convintissimo e assai generoso. Per un povero c’era sempre un buon pasto caldo ed un letto per dormire al riparo dalle notti più gelide.
Per i bambini, soprattutto nel periodo prenatalizio, c’erano sempre tantissimi giocattoli di buona fattura.
Per ringraziarlo di ciò, nel rione di Rena Vecia le finestre rimanevano accese tutta la notte !

Qui sotto, un mio pupolo raffigurante il Popel mentre, nel periodo natalizio, consegna giocattoli e dolciumi ai bambini poveri di Cittavecchia:




Come detto più sopra, il Popel era pure un tipo molto affascinante. Le cronache popolari ci riportano anche una figura da autentico Don Giovanni, intento a corteggiare continuamente, con successo, giovani e bellissime “mule” triestine. Signorine, ma pure signore sposate.
Tantissime volte il Popel dovette affrontare mariti gelosissimi, rientrati in casa all’improvviso. Ed il più delle volte, il tutto si risolveva in rocambolesche fughe del Popel, a sua volta inseguito dai vari mariti ai quali aveva messo le corna !!!




Come tutti i personaggi popolari, anche “Sior Popel” divenne un vero e proprio punto di riferimento del vasto folklore cittadino. Il popolo non tardò a inserirlo nelle canzonette folkloristiche locali:

“Tuta Rena xe iluminada,
sior Popel, sior Popel passava
e i muli, i muli zigava: No ‘vemo, sior Popel, paion.”

La più celebre s’intitola, per l’appunto, “SIOR POPEL”, e ve la propongo in questo video slide, nell’interpretazione del quintetto triestino “Rosmarin”:




Nel 1878, ormai vecchissimo, sior Popel morì.
Quasi tutta la città di Trieste lo pianse. Tutti volevano tanto bene a Popel.
Un’ultima strofetta popolare celebrò la sua scomparsa, così:

“O Rena Vecia,
i camini no fuma più !
Xe morto sior Popel,
paneti no ‘l porta più !”

La figura di sior Popel resta tuttora popolare, a distanza di ben 135 anni dalla sua dipartita.

Alla prossima…


      René

giovedì 5 luglio 2012

IL SEGRETO DELLE TRE MUMMIE DI VIA CROSADA






Bondì, mularia mata

Oggi, finalmente, affrontiamo l'argomento proposto, qualche tempo fa, in una misteriosa anteprima: CLICCARE QUI PER L'ANTEPRIMA



In pochi lo sanno, ma a Trieste, nel suo sottosuolo, si cela un tesoro preziosissimo a livello culturale e storico. Ben tre sarcofaghi egizi contenenti altrettante mummie riposano da ormai più di cent'anni in un dimenticato magazzino comunale sepolto sotto alcuni metri di terra, nella zona di via Crosada, in Cittavecchia.
Una storia a metà tra leggenda e verità. Una storia che, spero, potrà magari riaccendere un po' di curiosità e, perché no (sarebbe doveroso), una futura ricerca.

Ma andiamo con ordine...

1908 - Dal Cairo giunge a Trieste la nave "Cleopatra". 

Disegno tecnico del 1865 (grazie a Ladi Minin), raffigurante la nave "Cleopatra" (click sull'immagine per ingrandire)


La nave, un bellissimo veliero costruito nel 1865 nel cantiere Stabilimento Tecnico Triestino di Trieste, trasporta varie casse di materiale archelogico di provenienza egizia, tra cui ben tre sarcofaghi con al loro interno delle mummie ben conservate, risalenti all'epoca di Ramsete II.




Tale materiale è destinato al Museo di Storia Naturale di Trieste.
La nave "Cleopatra" viene fatta ancorare nel Canal Grande di Ponterosso. Da qui viene fatto sbarcare tutto il materiale, con le mummie.


Il Canal Ponterosso, agli inizi del '900 (click sulla foto per ingrandire)


 In attesa di redigere un inventario preciso di tutto il materiale, le tre mummie, assieme ad alcune casse contenenti piccoli oggetti vengono depositate in un magazzino sotterraneo che funge da deposito comunale.
Tale magazzino è situato in una casa presente all'inizio di via Crosada, all'angolo con l'Androna della Marinella. Entrati nella casa, si scende per una breve scalinata lunga 3 metri circa, entrando così nel piccolo magazzino sotterraneo.


ANDRONA DELLA MARINELLA ieri e oggi (click sull'immagine per ingrandire)... dalla porta in primo piano nella foto antica in bianco e nero, si poteva accedere al magazzino sotterraneo dove vennero poste le tre mummie. Foto coll. Pierpaolo Saccari.


Passa il tempo, passa il tempo... ed arriva, improvvisa, la Grande Guerra.
E le tre mummie vengono letteralmente dimenticate lì sotto, senza che nessuno si curi di portarle via.

Finita la guerra, inizia il mistero delle tre mummie...

A quell'epoca, primi anni '20, nelle conversazioni degli abitanti di Cittavecchia si sente spesso e volentieri parlare di sotterranei della città, ed anche delle mummie.

Rena Vecia negli anni '20 (click sull'immagine per ingrandire)

I ragazzini di Rena Vecia scendono spesso dalla strada che da casa Kupferschein raggiunge dritta dritta via Crosada e Androna della Marinella.
Il più delle volte, i ragazzini incuriositi dai vari racconti sulle tre mummie provano ad entrare nel magazzino, trovando però, all'inizio della breve scalinata, due pesanti ante di legno chiuse da un grosso catenaccio. Quasi sempre, subito dopo, viene detto loro di allontanarsi immediatamente da lì, che non è un posto per giocare, e che non si deve toccar nulla!
Negli anni seguenti il mistero s'infittisce sempre di più, ed alla fine degli anni '20 si crede ormai che quella delle tre mummie sia solo una leggenda del sottosuolo triestino, come la famigerata "Camera Rossa", un segreto tribunale dell'inquisizione che dovrebbe essere nascosto sotto la vicina chiesa di Santa Maria Maggiore.


Un mio pupolo, raffigurante Santa Maria Maggiore, di notte, agli inizi degli anni '30 (click sul disegno per ingrandire)
Già nel 1927, il famoso collezionista (allora giovanissimo) Diego de Henriquez, assieme al fraterno amico Herbert Greenham, decide di calarsi in quegli ambienti, riuscendo peraltro a recuperare alcuni importanti reperti di epoca romana (frammenti di piccoli cocci d'anfora).


Durante gli anni '30, alcuni avventurieri riescono a raggiungere il magazzino sotterraneo, riuscendo a vedere di persona le tre mummie, ferme immobili ancora lì.






Passa altro tempo, ed ecco giungere una nuova, tremenda guerra... la seconda Guerra Mondiale!


Anche Trieste, nel 1944, viene colpita duramente dai bombardamenti. Numerosi aerei da bombardamento americani di vario tipo (Consolidated B-24 Liberator, North American Mustang P-51 e Boeing Flying Fortress B-17, questi ultimi meglio noti come "fortezze volanti") sganciano ripetutamente il loro carico di morte sulla città inerme.


1944 - Bombardamenti aerei alleati sulla città di Trieste


In questo periodo la città è già occupata da numerosi comandi nazisti, i quali tentano di impedire possibili sbarchi alleati trincerandosi dentro bunker antiaerei, come la Kleine Berlin, un vero e proprio fortino sotterraneo posto in via Fabio Severo, tra la soprastante villa di Angelo Ara ed il Tribunale.


Secondo una delle tante antiche leggende cittadine, in questo periodo il Supremo Commissario Dr. Friedrich Rainer, capo dell'OZAK (Operationszone Adriatisches Kustenland, ovvero Zona d'operazioni del Litorale Adriatico), dà ordine ad una truppa di SS di recarsi nel magazzino sotterraneo prima che questo possa venir accidentalmente bombardato, per prelevare mummie e casse, ed infine trasferirle a Berlino. 




Passano altri anni, e delle mummie non si sente più parlare (se non nei racconti degli anziani di Cittavecchia), fino a quando, alla fine degli anni '60, un altro avventuriero cerca di penetrare nel magazzino. Si tratta del restauratore Orlando Bellon, appassionato esploratore di cunicoli e gallerie cittadine e non.
Il Bellon, entrando di notte nella casa ormai abbandonata attraverso una finestra, riesce a giungere fino all'inizio della scalinata che porta al magazzino, trovandosi di fronte alle pesanti ante di legno chiuse col catenaccio. Ma poco dopo, tentando di forzare la porta, il restauratore è costretto a fuggire per non essere colto in flagrante da una pattuglia di Polizia, allertata da un abitante lì vicino che aveva udito i vari rumori.

In questo mio pupolo, il restauratore-esploratore Orlando Bellon, alla fine degli anni '60, di fronte all'ingresso sbarrato del magazzino sotterraneo contenente le tre mummie



1993 - Una gran parte di Cittavecchia, ormai cadente ed in stato di costante abbandono, viene recintata in attesa di futuri lavori di restauro e recupero.
L'androna della Marinella, compresa l'antica casa da cui si accedeva al magazzino sotterraneo, non esiste più. Al loro posto un immenso piazzale asfaltato, usato negli anni '70 come parcheggio.
Si pensa però che il magazzino sotterraneo sia ancora lì sotto, e pure le tre mummie conservate in esso.
Così, nell'estate dello stesso anno, si decide di iniziare nell'allora cantiere CIET uno scavo per riportare alla luce le fantomatiche mummie, dando così il via all'operazione "Tutankhamon".
A dare agli ingegneri le giuste indicazioni di scavo, c'è proprio il restauratore Orlando Bellon.
Dapprima si inizia a scavare a mano, grazie a numerosi volontari che si aggiungono agli operai già presenti, poiché, nel frattempo, la voce della ricerca delle tre mummie è divenuta una notizia divulgata di continuo dai giornali e telegiornali locali, i quali seguono passo dopo passo tutte le fasi dell'operazione. Coordinatore tecnico del tutto è l'ingegner Sergio Bisiani.
Dopo un paio di giorni, si arriva fino a due metri di profondità, ma a questo punto si decide di continuare lo scavo con dei potenti Caterpillar messi a disposizione dall'impresa Riccesi.

Estate 1993 - Nell'area del cantiere CIET, si scava per cercare di raggiungere il magazzino sotterraneo, riportando così definitivamente alla luce le tre mummie di via Crosada (click sull'immagine per ingrandire)


L'escavatrice riesce a giungere fino ad un pavimento in pietra, ad una profondità di circa tre metri. Inoltre, spunta fuori anche un muro che dovrebbe delimitare il magazzino. In tale muro s'intravedono le arcate di sostegno ed un fornelletto in pietra.

Servizio di Telequattro:

CLICCA QUI PER IL SERVIZIO DI TELEQUATTRO DEL 1993

Ad un certo punto spunta fuori,  finalmente, una fessura che potrebbe essere un ingresso al magazzino. Vengono così chiamati i volontari della Protezione Civile, Gruppo nord-est, coordinati da Alessandro Novello, i quali, colmi di viva speranza, iniziano ad allargare il pertugio, liberando il terriccio direttamente con le proprie mani.
Ma procedendo, s'incontra un'altra ostruzione che va a togliere definitivamente l'entusiasmo, assieme all'annuncio di stop dei lavori dato dalla Soprintendenza alle Belle Arti, poiché il piazzale si è trasformato in un gigantesco cratere.


Si tenta allora un'ultimissima possibilità: tramite i radioestesisti, ci si concentra su un'altra zona distante pochi metri dal cratere e posta subito sotto il muraglione della scalinata che dalla strada porta alla chiesetta di S.Silvestro.
Si procede dunque ad un sondaggio mirato del terreno tramite un carotaggio dello stesso, ma poi... il nulla pure qui!

Estate 1993 - L'ultimo scavo, sotto il muraglione della scalinata di S. Silvestro

Quindi i lavori si fermano definitivamente!


In seguito, il cratere è stato riempito di nuovo e rimesso a posto. E delle mummie non se ne è più parlato... almeno fino ad oggi, qui sul blog!


Il segreto delle mummie di via Crosada, per ora, resta tale!!




Alla prossima...




   René

giovedì 14 giugno 2012

I RACCONTI TRIESTINI DI NONETA PAPERA: LA DAMA BIANCA DI CITTAVECCHIA

Bondì, mularia mata.

Oggi inizia un'altra serie di questo blog, dedicata ai più antichi e misteriosi racconti triestini.
Storie di fantasmi, di personaggi misteriosi, di dame bellissime e sfortunate, e tanto altro, raccontati da una nonnina triestina. Non una nonnina triestina, tipicamente triestina qualsiasi, ma "NONETA PAPERA" !

Noneta Papera, ogni tanto raduna il proprio nipotame, alla sera, in una soffitta affacciata sulle Rive (nei pressi dell'antica Pescheria Centrale, alias chiesa di "Santa Maria del Guato"). Poi, accanto al luminoso calore di una piccola lampada ad olio, inizia a narrare un racconto misterioso ambientato a Trieste.

Questa volta siamo invitati pure noi, ma facciamo piano... l'ambiente è piccolo e rasserenante, come può esserlo una piccola ma accogliente soffitta di una vetusta casa dei bei tempi andati.

Un mio pupolo, raffigurante Noneta Papera ed i suoi nipoti, nell'antica soffitta della stessa noneta (click sul pupolo/disegno per ingrandire)

NONETA PAPERA: Muli mii, vegni' qua... vegni', vegni', no ste ver paura. No ve magno, sa!

PAOLIN PAPERIN: Noneta, me go dovesto far tute le scale fin a sta sufita (dopo 8 piani e passa), perché sto remengo de ascensor xe roto. Tanto per cambiar go sempre na sfiga per amica del cuor!!!

QUI: Te lo...

QUO: Gavevimo dito...

QUA: Zio Paperin !

NONETA PAPERA: Bon bon, indiferente... desso ste' ziti e boni, che ve conto una... dunque, vualtri save' la storia dela Dama Bianca?

PAOLIN PAPERIN: Càmatina... per forza che la savemo... noaltri semo triestini patochi, sa?
Miga de Burbank, come Uol Disnei...

QUI: Xe la storia de na dama fantasma...

QUO: Che ogni note la apari in castel vecio de Duin...

QUA: Pe' vagar disperada, ala ricerca de su fio!!!

NONETA PAPERA: No, no, no... no intendo quela, orco can baloco, ma n'altra dama bianca... la Dama Bianca de Citavecia!!!

PAOLIN PAPERIN: La Dama Bianca de Citavecia??? E chi xe, la dona del late?

NONETA PAPERA: Ma che late e late de dindio, muss de mona de nipote tandul e beco! ... la Dama Bianca de Citavecia la iera un fantasma... come quel de Duin, po'.

La soffitta di Noneta Papera, vista dall'esterno (click sul pupolo/disegno per ingrandire)


Desso ve conto tuta la storia... dunque, se narava molto tempo fa del fantasma de na mula dala beleza sconvolgente, coverta de un lungo velo bianco. Sta mula usava aparir con un sguardo più morto che vivo (e te credo!), nel bel mezo dela cità... talvolta anca in Piaza Granda, per poi incaminarse sempre longo la riva de Citavecia, fin suso a San Giusto, indove che la scompariva in tel logo a ela più usual, overo el vecio zimitero che iera là vizin, nei pressi del'ex Giardin del Capitan.

El tuto iera acadudo nel lontan anno de grazia (e anca de Grazino, Graziela e Graziano) 1833, e in qualche antico tomo de storia triestina se pol trovar ancora qualcossa a proposito de sta legenda.
Sta mula la iera alta e imponente, dal far aristocratico. Vestida sempre de bianco... la mula bianca per l’apunto (se no la se gavessi ciamado la mula nera e la gavessi fato la reclame dele Morositas, sculetando a tempo de musica!!). Tuti i gaveva paura de ela anca se no i podeva far a men de restar meravigliai dala sua imensa beleza... ed essendo ela un fantasma, difati la iera bela de morir!! Nisun gaveva el coragio de fermarla, nianca per chiederghe se la gavessi un cichin o comunque la cartina Modiano per farse un spagnoleto.

Un giorno sta storia la rivò ale recie de un celebre (in alora) cantante d’opera del Teatro Verdi, un zerto Cesare Lopersi.
Cesare iera alto, moro, coi oci azuri, de bon portamento, e par, a volte, anca bona forcheta. El mato el se gaveva cazà in testa l’ossession de becar la mula, e magari fermarla, e magari chiederghe de far un dueto assieme a lu, sule note de “Finanziere” de Pilat, davanti un bon bicer al’osteria de Libero Laganis (che tra l’altro la xè vizin a S. Giusto, indove che la mula la ‘ndava a riposar sototera, assieme al radicio e ai sui vermi domesticai)...

‘Na note de inizio novembre, dopo che 'l gaveva zenado magnando de tuto (anche un bel capron abruzese ala griglia, con contorno de cavial e fileti de coscia de Paolo Pichierri... i cantanti de opera xe sempre stai bone forchete) e dopo gaver fato pissin e saludado i amici, se gaveva involtizado nel suo grosso mantel, indove el tigniva sconto un pugnal. Un kriss malese per la precision, che ghe gaveva regalà tempo indrio un suo amico indian (un zerto Sandokan, che un per de anni dopo el ga ispirado un libro, scrito de Emilio Salgari.). Così conzà, el gaveva iniziado a girar per le vie de Trieste, de solo e de note come un povero mona!

Dopo gaver passado per varie vie e quartieri e el corpo de guardia de Piaza Grande, el se gaveva incaminado rente i scalini vizin al convento dele monighe a San Ciprian, e ala via del castel che la sali fin suso a S. Giusto! In lontananza, in quel momento, l’orologio dela tore del porto la gaveva batudo le ore (tute le ore de questa zità!!!) ale undese e tre quarti esate!!
La luna iluminava le strete e scure stradine de Citavecia, mal iluminade de pochi ferai. Cesare, ogni tanto incrosava solo qualche imbriago de passagio che lo vardava de storto, disendo fra de sé: “Ma chi xe sto mona che gira a sta ora per Zitavecia? N’altro alcolizado come mi?”
Ogni tanto passava anca qualche guardia de patuglia che, vardando per ben el nostro Cesare, la diseva fra de sé: “Ara ti sto mona che 'l camina de solo, col fredo, per Zitavecia, a sta ora!!”..e po’ la continuava per el suo giro de ronda...

Finalmente, vizin Piazeta Barbacan, più o men fra l’Arco de Riccardo e el negozio Nonsololibri de Darius Fontanaschulz (ex libraio de Colonia, emigrado in Triest Vrbs Fidelissima, durante l’ocupazion napoleonica), Cesare se gaveva trovado visavì con sta mula fantasma!! Alta, splendida, un model 103 co' un cumulo de curve come al mondo no ghe xe, la tigniva in man un mazeto de fiori (crisantemi apassidi, per la precision). “Caz*o!!” esclamò Cesare.
E la mula fantasma subito ghe gaveva risposto, co’ un timbro gutural e teribile che el sembrava un incroso tra la vose de Sandro Ciotti e quela de Paolo Conte pena sveio: “Mortal, no sta dir parolaze che chi disi parolaze, mori!!”
“Se te lo disi ti, te credo sula parola..” ghe gaveva ribatudo Cesare.
Alora la mula la se gaveva voltà e la gaveva continuado drita a salir suso per via del castel. Cesare, estasiado dal stupendo sguardo che el gaveva intravisto soto el vel dela mula (che po’ no iera un vel... ma un sudario!), gaveva iniziado a seguirla suso per la riva, con la bora che sufiava pena pena, cussì come un vecio asmatico in coma etilico ireversibile el sufia sule candeline dela torta del suo centoventiseiesimo complean.

Tuto un trato, rivai a S. Giusto, nel piazal de fronte ala catedral, la mula, seca, ghe gaveva intimado a Cesare: “Mortal, vatene... altrimenti, dime perché te va in giro a sta ora, de solo come un povero mona, seguindome?... Torna indrio, al’osteria de Franzeless de dove te son vignudo, altrimenti doman i legerà el tuo nome sui necrologi del bugiardel!”.
El baldo giovine Cesare (baldo giovine, insoma... se disi per dir, sicome el gaveva zà 56 anni e roti) el iera restà aterido de sta minacia, proferida in maniera cussì minaciosa. Ma po' el gaveva continuado a seguirla lo stesso, fin apresso alcune mura dirocade, drio la cesa. Ma no el gaveva più trovado nula, a parte na rosa bianca apassida, e na spuza de cadavere con contorno de pantigane in salmì (anca la mula fantasma la iera na bona forcheta!!).
Cesare alora gaveva spetà tuta la note, fin quando semi indormenzado el iera sta sveià de un scovazin comunal che ghe ga zigado, incazado nero: “Va a casa a dormir, stupido!! Coss’te se dismissi qua per tera in sto ludame, come un povero mona?”

La note seguente, Cesare el iera ritornado, imperterito, in Piazeta Barbacan...
Ale undese e tre quarti, eco che la mula ghe iera aparsa de novo! Subito el nostro Cesare gaveva zercado de fermarla... e la mula, alora ghe gaveva dito: “Ancora qua te son che te scassi los marronaros de Sevilla... ? Ma va a dormir mona!!”
Ma Cesare la gaveva ciolta per un brazo...  -“Mortal, lassime el brazo, e metite le mani in tel daur!!”
“No”, disse Cesare..."... dopo gaver visto de sfugida el tuo bel volto, go capì che te amo e te bramo... ti cussì bela no te pol esser de sicuro na defunta, anca se te ga na vose ranzida de defunta... ma tante mule le ga na vose cussì, per colpa dele ciche. El fumo fa mal, e no xe na novità!”
“Mortal, te son duro come un scalin de Montuza... va a smaltir la piomba al’osteria al’istrian, de dove che te son vignudo, altrimenti te mazzo qui sul posto, te ga capì?”
“No”, disse alora Cesare Ragazzi... ehm voio dir Cesare Maldini, no... ehm, come 'l se ciamava? Ah sì, Cesare Lopersi. “No ghe credo ai fantasmi formagini... voio veder per ben el tuo viso, anca perché de drio no go visto ben, e te sa come che se disi; de drio liceo e davanti museo! ... e alora no volessi... te me ga capì, dei! ”
“Mortal... ”, ghe gaveva intimà ancora na volta la mula bianca, “te me son simpatico in fondo, anca se no te son altro che un povero mona, e pure un po’ maniaco sessual, e zonteria, a ragion, anca un fià necrofilo... Bon, te acontenterò. Ma a tre sole condizioni... ”
“Tuto quel che te vol belissima, cocolissima, simpaticissima, piena de vita... ehm, cioè volevo dir pien de morte, però sempre vital!!!” ghe gaveva risposto de rimando Cesare Cadeo... ehm, voio dir Cesare Lopersi.

Alora la mula, disse: “Prima te me dirà el tuo nome, poi te me lasserà la mia man che te tien streta, fazendome mal e de fato rompendome teribilmente i c*ioni, e infin te me prometerà che pena te me gaverà visto in facia, te girerà la testa de quel'altra parte, fin al momento che baterò una man sul’altra… ”
“Bon... alora mi me ciamo Cesare Lopersi, e canto al Verdi ,che ancora no 'l se ciama cussì, ma sicome sto raconto i lo legerà su Internet, nel 21° secolo, per comodità de lori lo ciamo zà Teatro Verdi!!”
“Ah... ti te son el famoso tenor bonculovich Cesare L. ? Sa che fin desso te gavevo scambiado per Umberto Lupi?”
Subito dopo, Cesare ghe gaveva lassà la man, ormai cricada, de sta povera mula bianca ed ela la se gaveva alzà el sudario, scoprindo un volto angelico e celestial.
Cesare, del stupor ghe ga zigado: “Caz*o!!!!!”
E ela: “Ancora parolaze? Ma te son proprio malà in testa, alora!... te ga el zervel lobotomizado oramai a furia de gorghegiar opare liriche! Comunque, doman te me rivedrà in Piaza Barbacan, sul incrocio de via del Fontanon (via Felice Venezian, per le mule e i muli del 21° secolo)... desso lassime ‘ndar, e varemengo ti e tu mar quela sporca!”

La sera dopo Cesare el iera ritornà, spetando a lungo soto la seranda sbassada de Nonsololibri, ma la mula no la aparì mai più. In compenso iera passada, giusto n’ora più tardi, na guardia civica che ghe gaveva dito: “Coss’ te fa a sta ora de note, qui de solo, distirado per tera tra le scovaze come un mona? Va a dormir, tandul de mato... ”



Nel mio pupolo qui sopra, raffiguro il fantasma della Dama Bianca, a S.Giusto, mentre fugge da Cesare Lopersi (click sul pupolo/disegno per ingrandire)


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NONETA PAPERA: Bon, muleria, la storia la finissi qua e a chi che no ghe comoda, che se la peti !!!

PAOLIN PAPERIN: Uuuuuhhhh, che bela storiela, noneta... ma che fine ga poi fato sti personaggi?

NONETA PAPERA: Cesare, pe' onorar el suo cognome, se gaveva taià, co n’aposita operazion chirurgica ad hoc, l’aparato sotostante, divenindo cussì un celebre soprano, sul model de Farinelli.

La cosideta “mula bianca” se disi che al alegi ancora ogi, in tel le noti de luna piena, lungo la via del castel che de S.Giusto la se dipana in tel’intricado e alquanto marzo tessudo de Citavecia.
Se vualtri gaverè la fortuna de incontrarla durante una de queste noti e de fermarla, ela ve risponderà, dolcemente: “Ciò, ma la gavè finida sì o no de romperme i bisi? Vara ti, iera meo che ‘ndavo in castel de Miramar a far el classico fantasma linziol che strassina cadene e ziga tuta la note, come un mona: BUUUUUUUUUAAAUUUUUUUUUU!! ”



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Finisce qui il primo racconto di Noneta Papera (spero piacevole per i lettori).

Torneremo altre sere in quest'antica soffitta, per rimembrare, con un pizzico di Disneyan-patoco, altri affascinanti racconti e leggende su Trieste!

A presto, mularia mata...


    René