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lunedì 26 giugno 2017

TRIESTE PERDUTA ILLUSTRATA A FUMETTI (parte prima)




Buondì, mularia mata...

Oggi inizio una nuova serie di post che spero potranno interessarvi. Tali post sono dedicati a tutte quelle particolarità paesaggistiche di Trieste, ma viste quand'esse erano diverse o comunque esistenti un tempo (per poi venir successivamente demolite, tipo il forte Sanza posto sul colle di S.Vito, demolito agli inizi del '900), quindi si parla di una “Trieste perduta”.

Per i pupoli presentati in questo post avevo consultato a lungo -nell'estate del 2015- una nutrita consultazione di mappe, stampe e archivi vari dell'epoca, siccome Trieste, negli anni ha subito numerose trasformazioni; da cittadella romana a medievale, per poi passare all'abbattimento delle sue mura medievali nel '700, creando così la città nuova, ecc...
Ad esempio, a inizio '800 il Castello di S.Giusto era molto diverso rispetto ad oggi, così come pure la Kleine Berlin presentata più sotto.

Ma andiamo a incominciare...




TRIESTE, 1812: un soldato saluta la sua bella, prima di partire per la Campagna di Russia.
Sullo sfondo si può notare il Castello di San Giusto, allora molto diverso da oggi e dotato di una torretta corazzata sopra l'ingresso, con orologio meridiana e campaniletto a vela. Torretta abbattuta nel 1820.
Sotto il castello, i numerosi orti che allora coprivano l'attuale area con i resti della basilica romana.
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Qui, invece, l'ingresso del Castello di San Giusto, così com'esso si presentava realmente durante l'ultima delle tre occupazioni francesi, anno 1813.

Subito sopra l'ingresso allo stesso, ad esempio, si può notare un prolungamento... tale prolungamento non era altro che la torre corazzata (citata e mostrata anche nel pupolo precedente) con campaniletto a vela ed orologio meridiana.
Torre risalente al '500, che venne abbattuta intorno al 1820 poiché oramai ridotta in pessime condizioni a causa dei danneggiamenti provocati dalle palle di cannoni inglesi lanciate dalla fregata Mildford (nell'autunno del 1813, durante l'assedio angloaustriaco al castello stesso).
A fianco dell'entrata possiamo notare pure il possente muro di difesa, successivamente demolito verso la fine degli anni trenta del '900, nell'ambito dei lavori di risanamento e rifacimento del colle e della cittavecchia (il famoso "piccone risanatore", come lo definirono all'epoca).

Sull'asta del bastione rotondo sventola il vessillo di Trieste Francese: l'alabarda e l'aquila napoleonica!
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Il castello nel 1813, visto dalla parte della Cattedrale di S.Giusto.
Subito di fronte al castello, si possono notare gli allora numerosi orticelli e campagnette che sovrastavano l'attuale area del Foro Romano con annesso Monumento ai Caduti.
Al centro di questi orti vi era anche un grande pozzo cisterna collegato con la stessa vera d'acqua che ancor oggi giunge fino al vicino pozzo romano sito sulla rampa d'accesso al castello.
Sull'asta del bastione rotondo sventola il vessillo delle Province Illiriche di Trieste e dell'Istria.
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Interno della Casa del Capitano (Castello di San Giusto - Trieste), autunno 1813: Charlotte Noëlle Rabié domanda al padre, Comandante della Grande Armée locale, il motivo del trambusto che si sente fuori dalle mura del castello ormai da giorni assediato dalle truppe angloaustriache. Il colonnello Rabié è allarmato, perché la resa francese sta per essere firmata e le truppe austriache ed inglesi sono oramai alle porte del castello assediato.
In particolare, il colonnello è preoccupato proprio per la giovanissima figlia, quest'ultima da tempo concupita dal tenente austriaco Samuel Chiolich von Loewensberg.

Secondo un'antica leggenda triestina, la figlia del Col. Rabié venne successivamente aiutata a fuggire dal castello assediato, passando lungo alcuni antichi passaggi sotterranei cinquecenteschi che, dai sotterranei dello stesso castello, si dipartono a raggiera in direzione della cittavecchia.
Siamo alla fine della terza ed ultima occupazione napoleonica di Trieste.
Sullo sfondo si può notare un elmetto morione con alabarda (risalente al '600) ancor oggi conservato nei magazzini del castello.
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Piazza Cavana (all'incrocio con via dei Capitelli), anno 1932.

Poco prima dell'inizio dello sventramento di cittavecchia (il "piccone risanatore" citato più sopra), quest'angolo si presentava così. A dir la verità, non è che da allora abbia subito delle particolari modifiche... a parte i masegni che non ci sono più, il carretto dei mussoli che non c'è più, la bottiglieria (successivamente bar De Lucia) che non c'è più, l'Arrigoni che non c'è più, ecc........
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Un altro pupolo fumetto di una Trieste (per fortuna) perduta; difatti si parla di un oscuro periodo, quello dell'occupazione nazista della città (dall'8 settembre 1943 al 1 maggio del 1945).
L'ingresso della Kleine Berlin (Piccola Berlino), bunker nazista di via Fabio Severo (Trieste), come si presentava nel 1944: l'ingresso era corazzato e costantemente sorvegliato notte e giorno, poiché il bunker -collegato alla soprastante Villa Ara di via Romagna, al Tribunale e a Palazzo Ralli in Piazza Scorcola- era di uso esclusivo dei reparti delle SS e, in particolare, del famigerato capo della polizia tedesca di Trieste, Odilo Globocnik (uno dei più grandi criminali nazisti della storia, vice ed amico intimo di Himmler).
Il bunker venne realizzato in tempi brevi e in super segretezza, tanto è vero che non esiste a tutt'oggi traccia di documentazione a riguardo. Alla progettazione del bunker lavorarono due ingegneri, un ufficiale della Wehrmacht ed un civile boemo, di nome Salechar, ed un italiano, Donato Di Stasio. I lavori di progettazione e realizzazione del bunker vennero loro commissionati giorno per giorno, senza mai mostrare un disegno costruttivo completo del bunker. Purtroppo al civile boemo furono commissionati i lavori del passaggio tra il bunker e Villa Ara, quest'ultima sede-covo di Globocnik. Così, non appena completato il lavoro, il boemo venne prelevato da una squadra della morte su ordine dello stesso Globocnik, per poi venire immediatamente eliminato siccome "sapeva troppo".
Nella stessa via, poco più a nord, si trovano i tre ingressi delle gallerie antiaeree italiane (comunque collegate al bunker tedesco) realizzate dalla ditta Colombo e riservate prevalentemente al personale delle poste e delle ferrovie.
Subito dopo la fine della 2° guerra mondiale, la copertura corazzata del bunker tedesco (quella che si vede nel mio pupolo) venne definitivamente smantellata, ed il bunker chiuso da una porticina di ferro fatta costruire dal settore lavori pubblici del Betfor (British Element Trieste Force). Dopo decenni di abbandono, il bunker ed i vicini rifugi italiani vennero esplorati per la prima volta (nel 1983) dagli speleologi urbani della Società Adriatica di Speleologia. Successivamente, verso la fine degli anni '90, il CAT (Club Alpinistico Triestino) prese in consegna il bunker ed i rifugi, per poi restaurarli e renderli agibili al pubblico.
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Un malinconico e poetico Topolin Morbin (!) passa sotto l'Arco di Riccardo, in una serena notte di primavera del 1932, sulle dolcissime e amorevoli note di "Co' son lontan de ti (Trieste mia)", celeberrimo pezzo nostalgico del 1925 scritto da Publio Carniel e Raimondo Cornet (autori anche di "Una fresca bavisela (Marinaresca)", 1944).

L'Arco di Riccardo ha pure incontrato vari stravolgimenti del paesaggio attorno a sé, nel corso dei secoli. La modifica raffigurata nel pupolo giunse negli anni '20, allorquando si demolì il muretto seicentesco che cingeva l'arco stesso e riportando così alla luce i resti romani presenti sotto la piazzetta Barbacan; dopo essere stati catalogati, i resti vennero ricoperti dai masegni. Si lasciò solo uno spazio attorno alla base esterna dell'arco proteggendola con un passamano. Negli anni successivi, la base dell'arco venne aperta tutta fino al lastricato di origine romana, quest'ultimo tuttora visibile.
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Alla prossima

       René

martedì 23 agosto 2011

LA "MUTA" - BREVE SGUARDO SULLE CASE CHIUSE DI TRIESTE...

A Trieste, esiste un argomento poco o nulla affrontato da storici ed appassionati di cronaca triestina d'altri tempi... il cosiddetto fenomeno delle "case chiuse".
Un tessuto storico ricco di oscuri ricami, perduti nelle pieghe delle antiche memorie oramai sparse qui e là in consunte frattaglie di tempo.




Io mi limiterò solo ad un breve excursus dedicato esclusivamente al XX° secolo, essendo già presenti su internet da qualche tempo alcune informazioni storiche più dettagliate riguardo i postriboli più antichi esistenti a Trieste già in epoca medievale.

La gran parte di questi bordelli triestini si trovavano nella zona di Cittavecchia, e conobbero il loro massimo splendore nel periodo a cavallo tra il primo '900 ed il secondo dopoguerra, fino all'avvento della Legge Merlin. 




Ogni vicolo, ogni via da Cavana fino a sotto il colle capitolino di San Giusto, pullulava di questi angoli di mondo, dove chiunque poteva trovare un proprio sfogo, non solo fisico ma anche psichico.





I bordelli più frequentati si trovavano in Via dell'Altana, Via del Fico, Via del Fortino, Via delle Beccherie Vecchie ed infine Via dei Capitelli. Ma tanti altri sorgevano un po' dappertutto tra le zone di Cavana e Riborgo.




 Notissima era la "Villa Orientale", situata in via Bonomo. Uno dei bordelli più "sciccosi", del quale possiamo vedere, qui sotto, un'immagine d'epoca pubblicata su una cartolina non viaggiata (la cartolina è di proprietà del signor Dario Fontana, che ringrazio):





Grande fama tra gli anni venti e gli anni '40 riscosse la casa di tolleranza chiamata "La Francese", situata fino al 1958 in Via dei Capitelli n. 6.

Uno dei biglietti da visita della casa La Francese:




Considerata come una delle più chic, distribuiva ai propri clienti un biglietto da visita in 4 lingue.

Qui sotto un mio disegno, raffigurante l'interno de La Francese, durante una serata "allegra" di alcuni militari fascisti del 1932 (come sempre cliccare sulle immagini per visualizzarle in grande):




Recentemente, una decina d'anni fa circa, durante i lavori di restauro del Piano Urban, sono riaffiorati alcuni antichi affreschi ottocenteschi, raffiguranti donne desnude. Tali dipinti invogliavano il cliente durante l'attesa del proprio turno.






Un altro famoso bordello era il "Metro Cubo", situato in Via del Fortino. Esso era il bordello più lurido ed infimo, e pure piccolo (da qui il nome), ma molto apprezzato dal grandissimo scrittore irlandese James Joyce, durante la sua permanenza a Trieste.

Quando Trieste era occupata dai tedeschi, nell'atrio della stazione ferroviaria esisteva un elenco di case di tolleranza autorizzate. Tale elenco serviva soprattutto ai militari, i quali vi potevano poi accedere con regolare permesso rilasciato dal proprio comando. Ovviamente anche sotto l'amministrazione anglo-americana, le prostitute erano sempre munite di un obbligatorio salvacondotto sanitario rilasciato dalla Questura.

Qui sotto libretto sanitario tedesco, rilasciato a Trieste per le case di tolleranza:




Sempre nel periodo anglo-americano, alcuni bordelli venivano segnalati "Off Limits", tramite apposite X cerchiate dipinte sui muri vicino alle entrate di tali bordelli proibiti alle truppe.


Qui sotto due foto dell'epoca, con i simboli "Off Limits".. la prima in Via del Fortino, vicino Cavana, e la seconda in Via del Fico:








Negli anni della seconda guerra mondiale, nella zona di Cittavecchia, dove vi era un fitto numero di postriboli, vi era una ragazza, muta dalla nascita, conosciuta per l'appunto solo come "la muta".
Essa conobbe la fama soprattutto negli anni del dopoguerra, allorquando i soldati anglo-americani usavano spesso "passare un po' di buon tempo libero" in quei luoghi dimenticati da Dio, qual erano i bordelli.

Dopo l'avvento della sopracitata Legge Merlin, la "Muta" ed altre sue colleghe continuarono il "mestiere più antico del mondo" in semiclandestinità, in proprio.

Oltre alla "Muta", vi erano anche altre due famose prostitute, nominate la "Garibaldina" e la "Bersagliera".

Qui sotto, un mio pupolo raffigurante la "Muta" e un militare del TRUST in... "libera uscita"!!! :D




Tutte e tre usavano spesso e volentieri "procacciarsi clientela", attacando bottone all'antica "Trattoria La Grotta", e successivamente al vicino "Bar de Lucia". 
Il bar, situato all'angolo tra l'inizio di Via dei Capitelli, Cavana e Via delle Beccherie Vecchie, chiuse i battenti nei primi anni '80. In quest'ultimo lasso di tempo, non era raro incontrare durante il giorno alcune prostitute dell'epoca d'oro, oramai invecchiate, tra cui la "Muta", ma anche la Bersagliera. Quest'ultima riconoscibile dai capelli tinti in un nero scurissimo, ed un pesantissimo trucco, nonostante l'età avanzata. Inoltre si portava sempre dietro un piccolo mangiadischi degli anni '60, dove inseriva continuamente dei 45 giri con canzoni patriottiche, e soprattutto la "Canzone dei Bersaglieri", suonata in continuazione (da qui il curioso soprannome in tema). Fumava, beveva e rideva sempre, ogni giorno con ogni tempo.

Qui sotto il "Bar de Lucia"  negli anni '70 e successivamente alla fine degli '80, oramai abbandonato e totalmente ricoperto da numerosi graffiti variopinti, sui quali dominava la simpatica intestazione goliardica "Fulminelli Street". Nel 2001 l'intero palazzo è stato ristrutturato, diventando l'attuale sede della "Casa della Musica"!








La "muta" forse è ancora viva... qualcuno asserì di averla vista, oramai anzianissima, ancora in giro in Via S.Michele, fino al 2005 circa.


      René