martedì 29 dicembre 2015

VERITA' E LEGGENDE SUI SOTTERRANEI DI TRIESTE

Bondì, mularia mata...

Questa volta affrontiamo l'argomento "sotterranei di Trieste"... argomento da me già affrontato, su questo blog, nel 2011... ma quel primo post era molto "leggero" ed un po' impreciso.
Questo, invece, è ben dettagliato e strutturato. Un po' lungo (soprattutto nelle parti puramente storiche), ma essenziale per conoscere un po' meglio -da profani- quest'interessante argomento.

Sia subito chiara una cosa; io tratterò soprattutto le leggende della tradizione orale locale, ma, accanto a quest'ultime, indicherò anche i riscontri effettivi, nella realtà, di tali leggende. Perché il mistero è bello, lo sappiamo, ma è anche bella la realtà (come non lo sanno, o meglio, non vogliono saperlo i vari giornalisti che, negli anni, han parlato dei sotterranei di Trieste con tanta, ma tanta fantasia e poca verità, a solo scopo di far "cassa" contando sul lettore casuale che, secondo loro, "si beve di tutto, non essendo addentro l'argomento").

Un'ultima cosa; per non creare casini nella lettura, vista la complessità dell'argomento e -ad esempio- l'intreccio di alcune leggende del primo '800 con quelle del secondo conflitto mondiale, ho deciso di dividere il post in blocchi di discussione, ognuno inerente ad un tema preciso ma -al tempo stesso- relazionato con gli altri.
A tutto questo, ovviamente, vengono aggiunti tanti miei pupoli fumetto, ora seri, ora scherzosi, ma tutti in tema ed utili per spiegare meglio il tutto. Anche perché tali pupoli, laddove se ne presenti l'occasione, sono storicamente e filologicamente corretti (ad esempio, si vedrà un Castello di San Giusto con una torretta con campanile ed orologio; non è una mia invenzione... esistette realmente una costruzione simile, in passato!). 
Nota bene: Per visualizzare in grande alcuni disegni e/o immagini, cliccare sopra gli stessi.

Bene, andiamo ad iniziar... e, come inizio, ci catapultiamo subito nei primi anni dell '800, allorquando su Trieste iniziarono ad aleggiare venti di guerra... quelli delle Guerre Napoleoniche.



I SEGRETI PASSAGGI SOTTERRANEI DEL CASTELLO DI SAN GIUSTO, ALL’EPOCA DELLE “PROVINCE ILLIRICHE” (1813) 

Il 14 ottobre del 1809 il trattato di Schönbrunn (trattato di pace firmato dall’Imperatore francese Napoleone Bonaparte e l’Imperatore d’Austria Francesco I° d’Asburgo-Lorena) sancisce la cessione alla Francia di tutti i territori adriatici, compresa Trieste. Undici "Province Illiriche" vengono istituite sotto il governo del Maresciallo Auguste Frédéric Louis Viesse de Marmont, primo duca di Ragusa:
  • Adelsberg (Postumia) : Adelsberg (Postumia)
  • Bouches-du-Cattaro (Bocche di Cattaro) : Cattaro
  • Croatie (Croazia) : Karlstadt (Karlovac)
  • Dalmatie (Dalmazia) : Zara
  • Fiume : Fiume
  • Gorice (Gorizia) : Gorizia
  • Laybach : Laybach (Ljubljana)
  • Neustadt : Neustadt (Novo Mesto)
  • Raguse (Ragusa) : Ragusa
  • Trieste : Trieste
  • Willach : Willach (Villach)



Ma l’Austria preme sempre di più per spodestare i francesi, e riprendere il pieno possesso dei propri territori. Analogamente, in tutta Europa l’Impero Francese inizia a collezionare sconfitte e perdite su vasta scala. Venti di guerra soffiano anche alle porte di Trieste e dell’Istria.
Dopo solo pochi anni dalla creazione delle Provincie Illiriche, hanno così inizio le “Guerre Napoleoniche”.

Autunno 1813:
Il 5 ottobre del 1813, il Contrammiraglio Sir Thomas Francis Fremantle della Royal Navy (la Marina di Sua Maestà britannica), giunse a Trieste a cooperare con gli austriaci che, sotto la guida del generale Laval Nugent, Conte di Westmeath, diedero inizio all’attacco al feudo napoleonico triestino giungendo da terra.



Nel Castello si asserragliarono 800 uomini delle truppe francesi guidate dal Colonnello Rabié, Commandant della Grande Armée locale.

Tra le truppe austriache, scese dall’altipiano verso la città, vi era pure il Tenente Samuel Chiollic von Loewensberg, da molti anni nemico giurato del Rabié.



Le fasi della battaglia sono molto concitate











Il 10 ottobre, una batteria francese riuscì a sorprendere ed attaccare la poppa della nave ammiraglia Milford, mentre quest’utlima era prossima allo sbarco sulla spiaggia della riva di Sant’Andrea (più o meno nello stesso punto dove oggi c’è l’ingresso basso del Centro Commerciale “Torri d’Europa”); ma, in pochi minuti, il capitano John Duff Markland riuscì a ribaltare la situazione, terminando con successo lo sbarco. Nel corso della giornata, sulla spiaggia di S.Andrea sbarcarono oltre 2000 marines, portandosi dietro vari pezzi d’artiglieria. Successivamente, gli uomini giunsero sotto il Castello di San Giusto, iniziando un assedio sistematico allo stesso, e il 16 ottobre gli inglesi spararono verso il castello altri dodici cannoni della loro batteria. Gli assedianti fecero costanti progressi, continuando a cannoneggiare per giorni il castello, anche in ore notturne. In tali cannoneggiamenti, si distinse in particolare la fregata ammiraglia “Mildford”, l’unica che poteva scaricare proiettili di ferro, alias palle di cannone di 48 libbre.

Contemporaneamente veniva messo in atto dagli inglesi –assieme agli ussari e ai landwerh austriaci- un pesantissimo attacco al piccolo Forte di San Vito, detto “Sanza” (dal tedesco “Schanze”), posto sull’omonima altura e oggi scomparso, facendo sbarcare sulla spiaggia di S.Andrea oltre 2000 Royal Marines. Fu un vera e propria carneficina, densa di spari e sangue a fiumi.



Ai francesi che combattevano strenuamente intorno al Forte di San Vito, si unirono anche degli ex rivoluzionari presenti tra le truppe solamente –fino a quel momento- come secondarie truppe d’appoggio. 



Infine, il 29 ottobre i francesi capitolarono, arrendendosi con l’onore delle armi. Di queste operazioni navali inglesi, ricordiamo anche i Capitani Charles Rowley, della fregata “Aquila”, e il precedentemente citato John Duff Markland, vice di Freemantle, sul Milford. E ancora, i Comandanti Fairfax Moresby, della “Wizard”, e David Dunn, della “Siren”, il  Luogotenente William Hotham, e il Comandante Charles Moore, William Watt, e i Guardiamarina Edward Hibbert e Edward Young. La perdita totale sul lato britannico fu di 10 morti e 35 feriti.

Anche varie zone della città furono pesantemente bombardate dalla flotta inglese. Ancora oggi si possono vedere i proiettili di quei combattimenti infissi in case e palazzi triestini: tre palle sulla facciata del Teatro Verdi, due su quella della Basilica di San Giusto, altrettante sulla casa vicina di via Rota (la famosa “casa dei preti”), una palla sulla villa di via Chiadino n.7 e altre in via Bazzarini n.20, sulla casa di via Commerciale angolo Scala Lauri e in una soffitta di via Roma (quest’ultima incastonata in una lapide-ricordo dell’epoca. Nel 2006, durante dei lavori in una casa privata della zona di San Vito, fu ritrovato un proiettile di 48 libbre, ovviamente proveniente dalla “Mildford”.

Ritornando all’assedio da terra del Castello di San Giusto, gli austriaci erano ormai in procinto di sfondare gli ultimi sbarramenti francesi. La sconfitta delle armate napoleoniche triestine era ormai quasi certa.
Secondo la leggenda (non confermata) l’allora Comandante della Grande Armée, il già citato Colonnello Rabié, iniziando a temere una sempre più probabile vittoria anglo austriaca, il 17 ottobre corse ad avvertire l’amata figlia Charlotte.



Charlotte Noelle Rabié, una giovanissima e splendida ragazza ventunenne, in passato venne già fatta oggetto di particolari e morbose attenzioni da parte del tenente austriaco Samuel Chiollic von Loewensberg. 



Pare che quest’ultimo (che in seguito verrà ferito a morte negli scontri sul Forte di San Vito) fosse effettivamente più attratto dalla ragazza, e così interessato ad averla a tutti i costi, da mettere in secondo piano la sua battaglia per l’effettiva presa del castello.




Quindi, temendo soprattutto questa attrazione del suo più odiato nemico, il Col. Rabié portò immediatamente la ragazza con sé facendola poi accomodare in una stanza privata della “Casa del Capitano” (la torre del castello posta sul bastione veneto, cioè quello rotondo che guarda verso il mare, oggi anch’esso adibito a museo, e in parte visitabile). 




In tale stanza, alla giovane ragazza vennero fatti indossare degli abiti da popolana. Inoltre, il padre le diede pure una veloce spettinata ai capelli ed una stropicciata ai vestiti, in modo di rendere l’aspetto della figlia il più simile possibile ad una contadina di borgata. La giovane non riusciva a capire il motivo di tale travestimento. 




Successivamente il Rabié e la figlia scesero nel Cortile delle Milizie fermandosi di fronte al primo portoncino sulla sinistra, cioè l’ingresso del sotterraneo del bastione rotondo. Ad attenderli vi erano un paio di uomini, tra i quali il Capitano delle guardie, Jean-Philippe Rabelot ed il sottotenente Marc Gabriel Moreul . Quest’ultimo spiegò alla ragazza che il camuffamento era essenziale, siccome si era resa necessaria per lei una fuga dal castello onde evitare di cadere nelle mani degli austriaci e, soprattutto, in quelle del famigerato Tenente von Loewensberg.



Di fronte all’ingresso del sotterraneo, sempre secondo la leggenda popolare, vi era anche il sagrestano di San Giusto, l’anziano don Giuseppe Mainati che, pochi anni più tardi, registrò nelle sue note “croniche” gran parte degli avvenimenti guerreschi del 1813. 





Don Mainati, fidatissimo amico del Rabié e su richiesta di quest’ultimo, decise di accompagnare la ragazza in salvo attraversando un passaggio sotterraneo che, dal castello conduceva istantaneamente fuori dall’immediato perimetro dello stesso.





Così, appena giunti sul fondo del sotterraneo veneto dell’omonimo bastione, il Capitan Rabelot sollevò una pesante botola posta sul terreno; tale botola conduceva ad un breve pozzetto verticale, munito di una piccola scala a pioli, alto circa 3 metri.
Per primo scese il Mainati, e poi Charlotte aiutata da un soldato.

Giunti sul fondo del pozzetto, il Mainati indicò l’inizio di un lungo ed antico percorso sotterraneo.



Il percorso seguiva più o meno in linea retta la direttrice Tor Cucherna-Teatro Romano, per poi finire, tra varie diramazioni, all’interno degli sfiatatoi del Teatro stesso (allora coperto da costruzioni soprastanti), in alcune cantine delle case intorno alle zone di via Crosada e Cavana, e nei sotterranei della Chiesa di Santa Maria Maggiore, detta dei Gesuiti, e del vicino Collegio. 




Da lì, un’ulteriore via sotterranea (realmente esistente; è solo un ex condotto fognario ottocentesco) permetteva di raggiungere i sotterranei-cantine della casa ottocentesca Rotonda Pancera (o Panzera), noto palazzo neoclassico (architetto Matteo Pertsch) posto di fronte a Piazzetta Barbacan, all’incrocio con via Felice Venezian (ex via del Fontanone). 



Probabilmente si trattava di un’antica galleria quattro-cinquecentesca di contromina, adoperata in seguito come possibile via di fuga dagli assedi alla fortezza di San Giusto (in tutta la sua storia, il castello subì solo due assedi; questo del 1813, e quello del 1945 con le truppe naziste asserragliate nel castello, del quale ne parlo poco più avanti in questo stesso post).

Il Mainati e Charlotte Rabié inziarono, così, la loro discesa lungo il tortuoso passaggio, illuminati solo dal fuoco di una torcia di legno.
Durante il percorso, il Mainati cercò di rassicurare la spaventata ragazza, confermando che il passaggio venne precedentemente usato dallo stesso Col. Rabié e da alcuni uomini della sua truppa, per caricare dal basso alcuni pezzi d’artiglieria trasportandoli poi fin dentro al castello. Inoltre, le disse chiaramente: "Per ogni problema, cara Signorina, le posso offrire tutto il mio aiuto, sempre, in ogni momento, anche adesso. Non la lascerei un attimo, tenendola ben stretta tra le mie grandi e sicure braccia!!"



 Ad un certo punto, presa una diramazione dritta, il passaggio sotterraneo terminava di fronte ad un muro. Subito sopra la fine del passaggio si apriva una botola di legno, che conduceva all’interno di una stalla posta nel cortile della trattoria “Al Monte nero” di via Riborgo n.27 (trattoria già precedentemente casermetta militare della guarnigione francese). 






Nella stalla, ad attendere i due -già in accordo col Col. Rabié ed il Mainati- c’erano l’oste della trattoria, Stefan Rupnik, ed un lavapiatti.
Charlotte Rabié riuscii così a nascondersi tra la popolazione, per poi fuggire in Francia, e tornare nell’amata Trieste solo molti anni dopo, diventando amica e confidente di Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio, e soggiornando spesso come ospite nella bella Villa Lazarovich.



Il Tenente von Loewensberg rimase, così, con un palmo di naso!!






Questa, come detto, è solo una leggenda popolare… ma pare che il passaggio sia esistito realmente, perlomeno fino al 1945, come vedremo tra poco. 




IL TESORO NASCOSTO DEI FRANCESI (1813)

Poco tempo prima di questi fatti, durante l'estate del 1813, un ufficiale della guarnigione francese venne a conoscenza, informato dal Mainati, delle varie manovre austriache di riconquista di Trieste.








Allora pensò bene di trafugare un cofanetto contenente monete d'argento, costosissimi monili, gioielli e preziosi vari, frutto delle ruberie napoleoniche nel territorio triestino ed istriano.



Successivamente, l'ufficiale nascose il cofanetto seppellendolo sotto un grande strato di terra, di fronte al bastione rotondo (all'epoca ricoperto di vigneti e campi coltivati), sperando in tempi più propizi per ritornare sul luogo, recuperare il cofanetto e portarlo via con sé, in Francia.




Per indicare il punto esatto del tesoro, l'ufficiale disegnò una mappa schematica del complesso principale del campo e del castello, indicando con la classica "X" il punto esatto dove scavare per recuperare il tesoro.






Nel 1909, proprio sotto il bastione rotondo, nell'allora cortile interno di Villa Pillepich, il giardiniere trovò casualmente la mappa tagliando alcune radici che fuoriuscivano dal muretto a secco che delimitava il cortile della villa dai campi coltivati posti nell'area dove oggi si trovano il foro romano ed il Monumento ai Caduti.







La signora Pillepich non diede importanza alla mappa, lasciandola volentieri al giardiniere che la tenne come curioso ricordo.

La notizia sarebbe comunque trapelata, suscitando l'interesse di qualche possibile ladro a conoscenza della storia del tesoro.



Negli anni Venti del Novecento la leggenda del cosiddetto "tesoro dei francesi" attecchì particolarmente, tanto che il quotidiano "Il Piccolo" pubblicò la mappa del tesoro ritrovata dal giardiniere di Villa Pillepich, il 23 ottobre 1938, scatenando la fantasia dei cercatori. (la mappa venne poi ripubblicata sul libro "Trieste exit" di Rino Baroni).

Qui sotto un mio rifacimento della mappa originale:




Un'altra versione di questo fatto vuole che anche la fortuna della famiglia Kalister - proprietaria dell'omonimo palazzo in Piazza della Libertà - sia nata dal tesoro dei francesi, ritrovato per puro caso da un giovane componente della famiglia che, in sostanza, avrebbe eseguito lo scavo nel punto giusto ricevendo la soffiata dell'ufficiale e di un altro militare francese, fregando questi ultimi due e diventando, così, ricco sfondato.

Ma il tesoro e la mappa, oggi come oggi possono venir considerati realtà o burla ben architettata? Mah, tutto potrebbe essere. Personalmente credo che se c'era qualcosa, essa sia stata già trovata e fatta sparire durante gli scavi svolti negli anni '30 per la sistemazione del colle capitolino e dell'intera area di cittavecchia, nell'ambito dei lavori noti con il nomignolo popolare di "picon risanator".



Nell'800, Trieste visse la sua ultima grande ventata mitteleuropea, ma il tutto era destinato a sciogliersi come neve al sole, con l'avvento della Prima Guerra Mondiale.



A parte alcuni bunker e rifugi sul Carso, non si segnalano molte opere difensive ipogee della Grande Guerra presenti nella nostra città, ma sotto il campo di pattinaggio del Dopolavoro Ferroviario di Viale Miramare, si apre un piccolo rifugio dell'epoca successivamente conglobato in un altro analogo, ma risalente al secondo conflitto bellico. Ecco qui sotto una foto in bianco e nero, con gli speleologi dell'Adriatica intenti ad esplorare questo breve tratto di galleria austriaca:



Ritornando ai collegamenti tra il castello e la cittavecchia, poc’anzi avevo citato il collegamento con la trattoria “Al monte nero” di via Riborgo N. 27; nei primissimi anni trenta del ‘900, un giornalista ebbe modo di ascoltare alcune interessanti testimonianze attendibili, che in pratica confermerebbero che dal cortile interno si dipartiva una galleria sotterranea (in seguito murata), alta circa tre metri e larga due, da dove si poteva in parte accedere agli sfiatatoi del Teatro Romano (allora –come già detto- sepolto sotto le case di “Rena Vecia”), ma, soprattutto, raggiungere il castello. 



Una conferma la si ebbe dall’allora custode della chiesa anglicana, tale Carlo Felluga, che da giovane lavorò nella trattoria, e vide di persona il passaggio, percorrendone un tratto fin sotto l’attuale via Donota. Altre testimonianze di anziani confermavano le notizie riguardanti i francesi ed il loro trasporto di carri e uomini attraverso tale galleria.
Inoltre, sempre nei primi anni ’30, un oste di nome Guglielmo Vranischi, proprietario dell’osteria “ai sotterranei” (nomen omen!), disse di aver udito da bambino (fine dell’800) il racconto di Giuseppe Cermel, un anziano ottantenne che raccontò di come la guarnigione francese si tenesse in collegamento con la Guardia del castello tramite il passaggio della trattoria “Al Monte nero” che, dal 1805 sino al 1809, era ancora una casermetta militare della stessa guarnigione francese.
Del resto, quando il Teatro Romano era ancora coperto dalle case, nei dintorni esistevano due androne dai nomi di chiara origine; “Androna del buso” e “Androna dei sotterranei”. Nel 1981, sull'allora nota rivista triestina "Il Meridiano" apparve, a firma Rosanna Santoro, un articolo sui sotterranei di Trieste che, in gran parte, riportava le varie dicerie, aneddoti e leggende sorte negli anni sul tema del sottosuolo artificiale di Trieste.


 In tale articolo, ad esempio, si nominavano quasi tutte le gallerie comprese nel perimetro Cattedrale e Castello di San Giusto-Cittavecchia.






Qui sotto, alcune testimonianze raccolte allora da Il Meridiano:





Altri passaggi nascosti nelle cantine delle case di cittavecchia prima della demolizione degli anni trenta, erano quelli di via Crosada n.12 (dove, si narra, uscirono dei prigionieri russi evasi dal castello nel 1917), via S.Maria Maggiore n.3, e la cantina dell’osteria “Alla Marinella” di Androna della Marinella, quest’ultima una laterale (oggi scomparsa) di via Crosada, e che si trovava più o meno sotto l’attuale muraglione sotto la chiesetta di San Silvestro. In quella stessa androna –voglio ricordarlo- vi si poteva trovare anche il magazzino sotterraneo dove, nel 1908, furono “momentaneamente” collocate le famose tre mummie di Crosada (poi dimenticate lì e tuttora –in teoria- giacenti lì, sotto il terreno oggi asfaltato) delle quali ne parlai già qui: CLICCARE QUI, PER LA STORIA DELLE TRE MUMMIE




Altre esplorazioni furono condotte nel 1927 da un giovanissimo Diego de Henriquez (il famoso collezionista militare scomparso nel 1974 in un incendio, forse di natura dolosa) ed Herbert Greenham, il figlio del viceconsole inglese di Trieste. Secondo alcuni scritti, il de Henriquez avrebbe visto (il condizionale è d’obbligo) anche la… “Camera Rossa”!!!

LA CAMERA ROSSA (fine ‘800 e primi del ‘900)



TRIESTE, SOTTERRANEI DI SANTA MARIA MAGGIORE. TANTI, TANTI ANNI FA...

UN SINISTRO VANO SOTTERRANEO POSTO SOTTO LA CHIESA DEI GESUITI, CELA UN TERRIBILE SEGRETO; UN TRIBUNALE SEGRETO DELLA SANTA INQUISIZIONE, CONOSCIUTO COME “CAMERA ROSSA” ( DAL COLORE SCARLATTO DEL MANTO DELL’INQUISITORE ).




STRUMENTI DI TORTURA, OSSA UMANE, SCHELETRI DI DONNE, UOMINI E BIMBI INCATENATI AL MURO. TERRIBILI TESTIMONIANZE DI ANTICHE BARBARIE CHE, SECONDO LE LEGGENDE LOCALI, SI SAREBBERO CONSUMATE IN EPOCHE BUIE, SOTTO IL PAVIMENTO DELLA CHIESA.



Di cosa parlo? La cosiddetta “Camera Rossa” è un’altra nota leggenda del sottosuolo triestino, la quale dice che sotto la navata sinistra della Chiesa di S.Maria Maggiore, nascosta dietro un passaggio volutamente murato,  dovrebbe trovarsi una piccola sala -con tanto di vecchi strumenti di tortura abbandonati lì assieme a teschi, scheletri di uomini e donne, e persino scheletrini di bimbi incatenati al muro- adibita a segreto Tribunale della Santa Inquisizione. 




Il “Pozzo delle Anime” presente sotto la navata destra e tuttora visibile accanto all’ingresso dei sotterranei della chiesa, sarebbe servito ai Padri Inquisitori per immergere e torturare i condannati, in modo da farli confessare.
Il nome stesso deriverebbe dal manto scarlatto del giudice inquisitore, contrapposto al nero scurissimo dei boia incappucciati.



Le verifiche degli speleologi della Società Adriatica di Speleologia-sezione Speleologia urbana (condotte negli anni ’80), e le ricerche di alcuni studiosi locali di questo particolare periodo storico (all’Università di Trieste è presente il miglior centro di studi, in Europa, sull’Inquisizione) escluderebbero la presenza di tale tribunale segreto, per ovvie discrepanze storiche con la realtà politica ed ecclesiastica dei territori asburgici nella seconda metà del ‘600 (anno di costruzione della chiesa). Gli scheletri e le ossa molto probabilmente erano solo dei resti di frati sepolti lì nel passato. Però l’aura di mistero resta tuttora.

LA COMMISSIONE SEGRETA DI PUBBLICA SICUREZZA (1923)

Nel 1923 venne istituita dal Prefetto di Trieste una Commissione di Pubblica Sicurezza, per indagare sui sotterranei della cittavecchia e dintorni, allo scopo di prevenire un uso improprio di questi ambienti da parte di ladri, contrabbandieri e criminali vari che, in quegli ambienti, sin dagli inizi del ‘900 vi si nascondevano per sfuggire, dopo le loro malefatte, alle ricerche della polizia.
Alla fine di tali ricerche venne pure redatto un preciso memoriale di queste esplorazioni che, però, forse per il caso o forse apposta, ad un certo punto sparì dalla circolazione, senza lasciare più traccia alcuna!!
Negli anni ’80, un funzionario di tale Commissione che volle rimanere anonimo, si confidò con alcuni speleologi della sezione Speleourbana della Società Adriatica di Speleologia, raccontando molti aneddoti in merito a quel lavoro dei primi anni ’20; ad esempio, l’ex funzionario raccontò di una galleria che dai sotterranei-carceri del Collegio dei Gesuiti, una galleria scendeva fino al mare, zona Piazza Unità. Un’altra galleria, che si dipartiva da una botola posta nell’ex caserma dei Vigili Urbani in via dell’Ospitale n.2, raggiungeva di nuovo i sotterranei del Collegio gesuitico.
E ancora; un passaggio sotterraneo che univa l’ex vescovado con il Piazzale di San Giusto, dove tuttora si può notare un boccaporto chiuso (vicino all’entrata del recente ascensore per scendere nel nuovo Park S.Giusto). Poi altre gallerie in via Crosada n.3 e nell’ex via del Pozzo Bianco n.3.

Qui sotto, una mia riproduzione-fumetto di come doveva essere una pagina di questo memoriale secretato e/o scomparso:



GUARDA, LA MULA LA CAMINA DURA, LA GA PAURA DE LA PUNTURA…
GUARDA, LA MULA LA CAMINA LESTA, LA GA PAURA DEL’OMO VESPA!!! (marzo-aprile 1932)





All’inizio del mese di marzo del 1932, in città comparve un sinistro personaggio; un maniaco seriale, subito ribattezzato dal popolo con il nomignolo dialettale scherzoso ma anche inquitetante di “Omo Vespa”.


L’Omo Vespa si divertiva a girare, nelle ore serali e anche in piena notte, in città –in particolare nella zona della cittavecchia- tenendo a portata di mano un punteruolo acuminato, un rudimentale rompighiaccio.



Con tale punteruolo, poi, si divertiva a pungere le terga di giovani fanciulle, ree secondo lui di essere volgari e scostumate.

Di questo singolare personaggio, reso celebre dall’omonima canzonetta popolare cantata già negli anni ’30, ne parlai già qui: CLICCA QUI PER LA STORIA DELL'OMO VESPA

E come scritto nel post dedicato linkato poc’anzi, l’Omo Vespa all’epoca delle sue malefatte aveva il suo nascondiglio privilegiato all’interno delle allora numerose gallerie sotterranee di cittavecchia (anche se, in gran parte, si trattavano solamente di semplici cunicoli di drenaggio ottocenteschi, scambiati dal popolo per antichi passaggi siccome tali cunicoli avevano lo spazio abbastanza largo per essere percorsi).

La polizia, ovviamente, lo andò a cercare pure in questi ambienti poiché, come già detto, i sotterranei erano allora ritrovo comune di malfattori, contrabbandieri e quant’altro. 



Un possibile passaggio utilizzato dall’Omo Vespa per nascondersi era quello posto tuttora nel sottoscala dello splendido (ma da anni, purtroppo, abbandonato) palazzo neoclassico “Rotonda Pancera” (o Panzera) citato più sopra. 



Nelle cantine sotterranee di questo palazzo, difatti, dovrebbe ancora essere presente un antico cunicolo di drenaggio dell’acqua che, passando sotto Piazzetta Barbacan, raggiunge i sotterranei di S.Maria Maggiore e del vicino Collegio.
Sempre all’epoca dei fatti, alcuni giovani temerari -più che altro per far colpo sulle ragazze- provarono ad inseguire il famigerato maniaco armato di punteruolo “sponziculdelemulone”, scendendo anch’essi lungo i sotterranei cittadini entrando proprio dal sottoscala della Rotonda Pancera, per poi accedere al cunicolo di drenaggio collegato con altri passaggi.

Nel mio pupolo sottostante, Topolin Morbin e Pippo Nagana, mentre tentano di acciuffare il mitico Omo Vespa, per poi consegnarlo alla giustizia:




I SEGRETI PASSAGGI SOTTERRANEI DEL BUNKER “KLEINE BERLIN”, ALL’EPOCA DELLA ZONA D’OPERAZIONI DEL LITORALE ADRIATICO  (1944)

TRIESTE, 1944
UNO DEI PERIODI PIU’ DRAMMATICI NELLA STORIA DI TRIESTE. LA CITTA’ E’ STATA, DI FATTO, ANNESSA AL TERZO REICH TEDESCO.




IL GAULETIER RAINER CONTROLLA TUTTO IL TERRITORIO, DENOMINATO “ADRIATISCHE KUSTENLAND”, MENTRE A CAPO DELLA CITTA’ E’ STATO POSTO L’UFFICIALE ODILO LOTARIO GLOBOCNIK.




NEMMENO LE FASI PIU’ DURE DELLA GUERRA ATTENUANO IL SENSO DI SUPERIORITA’ DEI TEDESCHI, CONVINTI DI AVERE ANCORA LA SITUAZIONE IN PUGNO.
A TRIESTE, NELLO STESSO ANNO, SI FESTEGGIA IN POMPA MAGNA IL COMPLEANNO DEL FUHRER ADOLF HITLER, CON UNA GRANDE PARATA DEI SOLDATI, LUNGO LE RIVE. 





EPPURE LA GUERRA STA SUBENDO SEMPRE DI PIU’ UNA DURA SVOLTA NEI CONFRONTI DELLA GERMANIA NAZISTA. COSI’, GLOBOCNIK FA COSTRUIRE UN PASSAGGIO SEGRETO SOTTO IL SUO COMANDO POSTO ALL'INTERNO DELLA VILLA ARA, IN VIA ROMAGNA. UN PASSAGGIO SEGRETO CHE DAL SUO STUDIO POSTO AL PIANO TERRA DELLA VILLA, TRAMITE UNA SCALA A CHIOCCIOLA RAGGIUNGE LA SOTTOSTANTE RETE DI CUNICOLI E BUNKER DENOMINATA “KLEINE BERLIN” ( PICCOLABERLINO ).





La Kleine Berlin venne ideata da Odilo Globocnik stesso che allora era il capo della polizia germanica di Trieste, ovvero Höherer SS – und Polizeifuhrer . 




Globocnik, nato a Trieste, fu uno dei più spietati criminali nazisti della storia. Già volontario delle  Waffen-SS, tale personaggio fece una gran carriera in poco tempo giungendo, così, ai massimi vertici delle gerarchie delle SS, e divenendo poi vice e amico di Heinrich Himmler.





 A Trieste, Odilo Globocnik operò nell’ambito dell’OZAK.

L’Ozak, ovvero l’acronimo tedesco di “ Zona d’operazioni del Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland) fu una suddivisione territoriale comprendente le province italiane di Trieste, Gorizia, Udine, Pola, Fiume e Lubiana, sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca e quindi di fatto sottratta al controllo della Repubblica Sociale Italiana, alla quale ufficialmente apparteneva. 

 

Fu istituita durante la seconda parte della Seconda guerra mondiale, nel settembre del 1943.

 

Dietro una porticina dell’ufficio di Globocnik in Villa Ara, vi era una botola di ferro che conduceva ad un piccolo pozzo quadrato (poi fatto riempire di materiali nell’immediato dopoguerra) da dove si poteva accedere ad una breve doppia scaletta, terminata la quale vi era un portone blindato. Superato questo portone, il moderno tunnel continuava per alcuni metri interrompendosi di fronte ad un grande pozzo circolare dove, scendendo lungo una scala a chiocciola di legno, si accedeva finalmente alla sottostante Kleine Berlin e, tramite un altro passaggio sotterraneo posto nel bunker stesso, alle cantine del Tribunale.

 

La “Kleine Berlin”, dove il Comando nazista di  Trieste poteva operare in assoluta segretezza e sicurezza anche durante i bombardamenti angloamericani, era dotata di un accesso corazzato, più altri tre accessi nelle immediate vicinanze che, però, conducevano all’interno di gallerie italiane adibite a rifugio antiaereo per il personale delle poste e delle ferrovie. Le tre gallerie italiane ed il rifugio tedesco sono tuttora collegati fra di loro, e visitabili su richiesta, perfettamente restaurati e resi agibili dal CAT – Club Alpinistico Triestino. Già nel lontano 1983 tali ambienti furono visitati e ben documentati, per la prima volta dalla fine della guerra, dalla Società Adriatica di Speleologia-sezione Speleourbana di Trieste.

 

Della Kleine Berlin non esiste alcuna documentazione progettuale ufficiale. Questo perché Globocnik decise che il progetto doveva rimanere segreto persino alla gran parte dei lavoratori ed ingegneri impegnati nella costruzione del bunker.

Nel 1990, sul Messaggero Veneto venne pubblicata un’intervista all’ottantaquattrenne Donato Di Stasio, il capocantiere che tra il ’44 ed il ’45 coordinò i lavori del bunker. Il Di Stasio spiegò il perché di tanta segretezza nei lavori e nelle progettazioni, e di come, per pura fortuna, riuscì a sfuggire alle squadre della morte delle SS alle quali Odilo Globocnik aveva ordinato di “mettere a tacere” possibili testimoni del passaggio che, dal bunker, giunge in Villa Ara e nelle cantine del Tribunale!

Ecco qui sotto l’articolo (grazie a Paolo Guglia):

 

 

  

 

In seguito, nell’immediato dopoguerra, la prima parte delle tre gallerie antiaeree italiane collegate al bunker venne affitata dal Comune a privati, per tenere dentro damigiane di vino. Le damigiane arrivavano anche via vagoni ferroviari trasportati su gomma (grossi camion adibiti a tali trasporti).  Tali usi delle gallerie vennero praticati soprattutto nei primi anni ’50, quando la città si trovava amministrata dal GMA (Governo Militare Alleato), nell’ambito del cosiddetto TLT – Territorio Libero di Trieste.

Qui sotto un mio pupolo fumetto, ambientato nel 1951 e raffigurante una delle gallerie-rifugio italiane di via Fabio Severo, quando venivano utilizzate, nei loro tratti iniziali, per la conservazione delle damigiane di vino:

 

Già nei primi anni ’60, invece, i tratti iniziali delle gallerie italiane vennero adibiti a magazzini dei vicini distributori di benzina, e dei rifugi antiaerei al loro interno non se ne parlò più fino alle prime esplorazioni condotte nei primi anni ’80 dagli speleologi urbani.

Tralascio il discorso dei numerosi rifugi antiaerei di Trieste, perché già ben descritti altrove. Però voglio lasciare una foto d'epoca del piccolo e nascosto rifugio di Piazza Belvedere, utilizzato nei primi anni '50 come magazzino della SELAD:

 

 

 

I SEGRETI PASSAGGI SOTTERRANEI DEL CASTELLO DI SAN GIUSTO, ALL’EPOCA DELLA DISFATTA NAZISTA, ALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE  (1945)

 

Nell’aprile del 1945, le truppe naziste sono sull’orlo della sconfitta. Anche a Trieste, dove il Tribunale di via Fabio Severo e il Castello di San Giusto vengono posti sotto assedio. Al loro interno resistono varie truppe della Wehrmacht e delle SS.

 

 

 

Odilo Globocnik era ormai scappato in Carinzia, ed alcuni soldati ed ufficiali che erano a conoscenza di tutti i percorsi sotterranei della Kleine Berlin, fuggirono dall’assedio al Tribunale, scappando proprio attraverso il pozzo-scala a chiocciola che portava in Villa Ara, e pure attraverso un pozzetto d’areazione che sbucava all’interno del Palazzo Ralli sito in Piazza Scorcola, trovando così la salvezza e scampando alla cattura.

Per il Castello di San Giusto, questo del ’45 fu il secondo assedio di tutta la sua lunga storia (dopo quello del 1813).

Il castello era stato precedentemente fortificato dai tedeschi, proprio per prevenire possibili assedi ed attacchi via terra. Nella giornata del 30 aprile, a seguito dell'insurrezione partigiana, vi si asserragliarono al suo interno circa 250 tedeschi (in massima parte marinai della Kriegsmarine) comandati dall'Hafenkommandant Riegele. I partigiani, però, avevano in quel momento solo armi leggere, per cui , dopo alcuni scambi di arma da fuoco con gli assediati nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio, si fermarono in attesa di rinforzi e non vi furono altri combattimenti. I tedeschi, senza che fossero sparati altri colpi, si arresero alle 17 del 2 maggio ai neozelandesi del maggiore Cross.



Secondo i racconti popolari, poco prima di questa resa un maggiore delle SS avrebbe scoperto, per caso, nel sotterraneo del bastione veneto (o rotondo) proprio l’antica botola attraverso la quale fuggirono –come abbiamo visto più sopra- alcuni uomini della guarnigione francese e la figlia del Colonnello Rabié (nel 1813), e alcuni prigionieri russi evasi dalle carceri del castello (nel 1917).




Sempre secondo le varie testimonianze, alcuni soldati tedeschi delle SS e della Wehrmacht sarebbero riusciti a fuggire anch’essi attraverso la galleria sotterranea. Un soldato della Wehrmacht pare sia riuscito a fuggire fuoriuscendo da un pozzo situato subito dietro l’attuale asilo “Tor Cucherna”, abbandonando lì la divisa per poi mescolarsi tra la gente e, successivamente, riparare verso l’Austria.

Altri due soldati, uno appartenente ad una divisione delle SS e l’altro alla Wehrmacht, sarebbero riusciti a fuoriuscire dalle cantine di via del Crocifisso n.9. 

 

 

Uno dei due avrebbe anche gettato sull’uscita della galleria una bomba a mano di tipo “Stielhandgranate 24”, detto anche “schiacciapatate”, rendendo così impraticabile l’ultimo tratto di galleria.

Un generale tedesco, poi, sarebbe stato catturato all’uscita dei sotterranei del palazzo Rotonda Pancera, in via Felice Venezian, stando a quanto pubblicato all’epoca dal locale “Giornale Alleato”.

Sempre secondo i racconti, alcuni di questi passaggi vennero poi murati dai soldati americani (dalla parte del castello) e, a valle, dai proprietari delle case di cittavecchia dove, a quei tempi, si aprivano tali passaggi (questi ultimi murarono i passaggi, più che altro, per non aver noie e/o incursioni di ladri).

 

Allo stato attuale, cosa c’è di vero? Di vero c’è che, per il momento, dalla parte del castello non sono stati ancora trovati dei passaggi che vadano oltre il perimetro delle mura dello stesso. All’esterno qualcosa è stato trovato, ma il tutto è ancora ad un primissimo livello di ricerche-scavi da parte degli speleologi urbani.

Nella foto qui sotto, gli speleologi urbani della Società Adriatica di Speleologia, controllano una porta murata del bastione rotondo del Castello di San Giusto (grazie a Paolo Guglia, per la foto): 



Nel 1990, ad esempio, in via Tommaso Grossi venne rintracciato un antico sotterraneo del castello (forse una cisterna), usato proprio durante l’ultima guerra come rifugio antiaereo. Esplorando il breve cunicolo ed il piccolo vano centrale, oltre a materiale vario (cocci di bottiglia e spazzatura) vennero ritrovate pure delle ossa umane, un fregio dell’Arma dei Carabinieri ed una piastrina militare illeggibile. Probabilmente uno dei tanti carabinieri-eroi uccisi in quei tormentati momenti. L’unica cosa che gli speleologi poterono fare fu quella di consegnare ai carabinieri stessi quei poveri resti.

 

Un'altra possibile galleria cinquecentesca venne scoperta ad inizio anni ’80, nella zona ebraica, sotto un muraglione posto in via del Monte. La galleria, utilizzata anche come rifugio durante l’ultimo conflitto mondiale, pareva dirigersi verso il castello… ma, subito a pochi metri di distanza dall’entrata, la prosecuzione risultò interrotta da un notevole accumulo di terra e materiali.

Secondo altre dicerie popolari, proprio accanto a questo passaggio ostruito ve ne sarebbe un altro, murato subito dopo la fine della guerra, dove all’interno vi dovrebbero essere seppellite ancor oggi alcune casse di legno (contenenti non si sa cosa) appartenute alle truppe tedesche.

 

 

 

Infine, gli speleologi dell’Adriatica sono attualmente al lavoro nei sotterranei del Collegio dei Gesuiti, poiché alcuni anni fa venne scoperta per caso una porta murata in una parete, stranamente sfuggita alle indagini precedenti degli anni ’80. Scavando è saltata fuori una piccola camera sotterranea ed un cunicolo che sale verso l’alto, in direzione del castello. Il cunicolo è strapieno di materiale gettato dall’alto. Per depositare lì della spazzatura, altrimenti difficilmente smaltibile, oppure… per ostruire un segreto passaggio? Chissà. Per adesso, gli scavi continuano (c’è ancora tanta, ma tanta terra da rimuovere, e possibili volontari sono ben accetti! #Sapevatelo).

 

Ecco, direi che per adesso siamo alfin giunti al termine, ma… in realtà non è finita, perché l’argomento “cavità artificiali del sottosuolo triestino” è ancora vastissimo, e comprende svariati argomenti, tra i quali le gallerie d’acqua dell’acquedotto teresiano (solo questo argomento potrebbe riempire libri interi!!!), o numerose altre opere ipogee.

Io, però, nel mio piccolo ho voluto soffermarmi solo ed esclusivamente sugli affascinanti misteri della tradizione orale popolare. Del resto, questo blog si occupa in gran parte proprio di questo, cioè di tradizioni, folklore e quant’altro legato al tessuto cultural-storico della città di Trieste.

 

Mi scuso per la lunghezza, spero di non essere stato noioso, soprattutto nella primissima parte, lunghetta, tecnica, ma indispensabile per comprendere meglio il perché di alcuni avvenimenti descritti. Spero anche che i racconti ed i vari fumetti didascalici abbiano riscontrato il vostro gradimento.

 

Vi lascio due link tra i quali uno interessante, come il sito della Società Adriatica di Speleologia, qui:

 CLICCA QUI

E poi, se vi sono piaciuti i miei pupoli fumetto, la mia pagina-rassegna di alcuni dei miei innumerevoli disegni dedicati a Trieste (e non solo), qui: FRACA BOTON SALTA MACACO

 

Infine, voglio ringraziare sentitamente gli amici Paolo Guglia, speleologo dell’Adriatica, per alcune consulenze e la concessione di alcune fotografie, e Dino Cafagna, scrittore ed appassionato di storia triestina, che mi ha aiutato a reperire stampe e fotografie del modellino ottocentesco del Sonz (rappresentante la città di Trieste agli inizi del ‘700) necessarie per riprodurre in fumetto, il più fedelmente possibile, il Castello di San Giusto così come si presentava nel 1813.

Infine grazie all'amico speleologo Cristian Duro, per altri aneddoti relativi agli ipogei-rifugi dell’ultima guerra.

 

Un mio ultimo pupolo fumetto: Lady Oscar:

 

 

Che c’entra Lady Oscar con i sotterranei di Trieste????? Una bella cippa di niente!! Però, visto che ho parlato di francesi, ho voluto mettere anche un pupolo di Lady Oscar, siccome son “giovinoto” e provengo da quella generazione che si è appassionata a queste tematiche storiche anche guardando i cartoni di Lady Oscar, nei primi anni ’80!  :D

 

Un caro saluto, alla prossima.

 

        René

5 commenti:

alfredo spizzamiglio ha detto...

..complimenti..ottimo lavoro una lettura piacevole, ricca di curiosità e agganci storici, spero abbia una giusta collocazione tra le rare opere "Moderne" su una città ancora ricca di storia nascosta.

alfredo spizzamiglio ha detto...

..complimenti.. lettura piacevole e avvincente, non priva di curiosità e interpretazioni, auguro abbia una giusta collocazione tra le numerevoli pubblicazioni sull'argomento, prova che sulla nostra città..c'è ancora molto da dire.

Unknown ha detto...

Mi è stato raccontato dal figlio di un reduce del Seebataillon Triest che suo padre nel '18, prigioniero degli italiani, evasa da San Giusto tramite un cunicolo che lo fece uscire nei pressi dell'Osteria ai Maestri...

René ha detto...

"Mi è stato raccontato dal figlio di un reduce del Seebataillon Triest che suo padre nel '18, prigioniero degli italiani, evasa da San Giusto tramite un cunicolo che lo fece uscire nei pressi dell'Osteria ai Maestri..." Grazie per la segnalazione, che comunque prendo con le pinze perché mi pare strano (ma non improbabile) che un cunicolo si spinga così lontano dal castello. Peraltro, passando sotto il letto del torrente che ancor oggi scorre sotto via Settefontane e Carducci. Domando; forse il figlio del reduce si sarà confuso con un'osteria di cittavecchia? L'ipotesi-testimonianza di tale passaggio sarebbe, così, più probabile, e potrebbe essere lo stesso segnalato nel mio post, ovvero quello da dove alcuni prigionieri russi evasero, sempre dal castello, un anno prima (1917).

Grazie nacora, saluti e Buone Feste.

P.s.: Un caro saluto ed augurio anche al gentilissimo sig. Spizzamiglio, con il quale ho il piacere di dialogare ogni tanto su Facebook, in un gruppo dedicato alle foto della Trieste di una volta.

René ha detto...

Nel mio precedente commento, volevo scrivere "grazie ANCORA" e non "nacora". Chiedo venia per l'errore di battitura.

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