Spero che nessuno se la prenderà per
il termine "C*L" adoperato in questo mio "Fake Comics"
goliardico in stile Disneyan-patoco (il primo era quello dedicato all'Omo
Vespa): la tavola iniziale del numero unico del Topolino giornale anni '30
(aprile del 1933, per la precisione) dedicato ala nota Cavala Zelante (quella
della canzone di Lorenzo Pilat!).
E' solo un divertissement tra un
pupolo e l'altro, ed anche un voluto omaggio all'immenso artista americano
Floyd Gottfredson. Inoltre è un'autocitazione affettuosa e nostalgica:
trent'anni esatti fa iniziai a disegnare personaggi Disney proprio riproducendo
le vecchie pagine degli albi di Mickey anni '30, dal sottoscritto riviste in
chiave, per l'appunto, goliardico/dialettale.
A seguire,la seconda pagina del
fumetto (uniche differenze: il formato striscia, il bianco e nero, ed i
dialoghi nelle nuvolette scritti a mano).
Infine, ecco un pupolo già postato, ma
che ripropongo volentieri, risalente al 2009: Piedidolzi (cioè la "Cavala
Zelante", chiamata pure "Zoppicante"), Paolin Paperin (papero triestin!), Orazio Scavezà e Topolin Morbin in
Piazeta Tor Cucherna, sempre nel 1933.
Qui, invece, Lorenzo Pilat canta live
la sua “La Cavala Zelante”:
Lorenzo Pilat spiega la Cavala Zelante a Paolo Limiti (e così omaggiamo il buon Limiti, da poco scomparso al momento dell'apertura di questo post):
Oggi inizio una nuova serie di post che spero potranno interessarvi.
Tali post sono dedicati a tutte quelle particolarità paesaggistiche di Trieste,
ma viste quand'esse erano diverse o comunque esistenti un tempo (per poi venir
successivamente demolite, tipo il forte Sanza posto sul colle di S.Vito,
demolito agli inizi del '900), quindi si parla di una “Trieste perduta”.
Per i pupoli presentati in questo post avevo consultato a lungo
-nell'estate del 2015- una nutrita consultazione di mappe, stampe e archivi
vari dell'epoca, siccome Trieste, negli anni ha subito numerose trasformazioni;
da cittadella romana a medievale, per poi passare all'abbattimento delle sue
mura medievali nel '700, creando così la città nuova, ecc...
Ad esempio, a inizio '800 il Castello di S.Giusto era molto diverso
rispetto ad oggi, così come pure la Kleine Berlin presentata più sotto.
Ma andiamo a incominciare...
TRIESTE, 1812: un soldato saluta la sua bella, prima di partire per la
Campagna di Russia.
Sullo sfondo si può notare il Castello di San Giusto, allora molto
diverso da oggi e dotato di una torretta corazzata sopra l'ingresso, con
orologio meridiana e campaniletto a vela. Torretta abbattuta nel 1820.
Sotto il castello, i numerosi orti che allora coprivano l'attuale area
con i resti della basilica romana.
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Qui, invece, l'ingresso del Castello di San Giusto, così com'esso si
presentava realmente durante l'ultima delle tre occupazioni francesi, anno
1813.
Subito sopra l'ingresso allo stesso, ad esempio, si può notare un prolungamento...
tale prolungamento non era altro che la torre corazzata (citata e mostrata
anche nel pupolo precedente) con campaniletto a vela ed orologio meridiana.
Torre risalente al '500, che venne abbattuta intorno al 1820 poiché
oramai ridotta in pessime condizioni a causa dei danneggiamenti provocati dalle
palle di cannoni inglesi lanciate dalla fregata Mildford (nell'autunno del
1813, durante l'assedio angloaustriaco al castello stesso).
A fianco dell'entrata possiamo notare pure il possente muro di difesa,
successivamente demolito verso la fine degli anni trenta del '900, nell'ambito
dei lavori di risanamento e rifacimento del colle e della cittavecchia (il
famoso "piccone risanatore", come lo definirono all'epoca).
Sull'asta del bastione rotondo sventola il vessillo di Trieste
Francese: l'alabarda e l'aquila napoleonica!
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Il castello nel 1813, visto dalla parte della Cattedrale di S.Giusto.
Subito di fronte al castello, si possono notare gli allora numerosi
orticelli e campagnette che sovrastavano l'attuale area del Foro Romano con
annesso Monumento ai Caduti.
Al centro di questi orti vi era anche un grande pozzo cisterna
collegato con la stessa vera d'acqua che ancor oggi giunge fino al vicino pozzo
romano sito sulla rampa d'accesso al castello.
Sull'asta del bastione rotondo sventola il vessillo delle Province
Illiriche di Trieste e dell'Istria.
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Interno della Casa del Capitano (Castello di San Giusto - Trieste),
autunno 1813: Charlotte Noëlle Rabié domanda al padre, Comandante della Grande
Armée locale, il motivo del trambusto che si sente fuori dalle mura del
castello ormai da giorni assediato dalle truppe angloaustriache. Il colonnello
Rabié è allarmato, perché la resa francese sta per essere firmata e le truppe
austriache ed inglesi sono oramai alle porte del castello assediato.
In particolare, il colonnello è preoccupato proprio per la giovanissima
figlia, quest'ultima da tempo concupita dal tenente austriaco Samuel Chiolich
von Loewensberg.
Secondo un'antica leggenda triestina, la figlia del Col. Rabié venne
successivamente aiutata a fuggire dal castello assediato, passando lungo alcuni
antichi passaggi sotterranei cinquecenteschi che, dai sotterranei dello stesso
castello, si dipartono a raggiera in direzione della cittavecchia.
Siamo alla fine della terza ed ultima occupazione napoleonica di
Trieste.
Sullo sfondo si può notare un elmetto morione con alabarda (risalente
al '600) ancor oggi conservato nei magazzini del castello.
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Piazza Cavana (all'incrocio con via dei Capitelli), anno 1932.
Poco prima dell'inizio dello sventramento di cittavecchia (il
"piccone risanatore" citato più sopra), quest'angolo si presentava
così. A dir la verità, non è che da allora abbia subito delle particolari
modifiche... a parte i masegni che non ci sono più, il carretto dei mussoli che
non c'è più, la bottiglieria (successivamente bar De Lucia) che non c'è più,
l'Arrigoni che non c'è più, ecc........
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Un altro pupolo fumetto di una Trieste (per fortuna) perduta; difatti
si parla di un oscuro periodo, quello dell'occupazione nazista della città
(dall'8 settembre 1943 al 1 maggio del 1945).
L'ingresso della Kleine Berlin (Piccola Berlino), bunker nazista di via
Fabio Severo (Trieste), come si presentava nel 1944: l'ingresso era corazzato e
costantemente sorvegliato notte e giorno, poiché il bunker -collegato alla
soprastante Villa Ara di via Romagna, al Tribunale e a Palazzo Ralli in Piazza
Scorcola- era di uso esclusivo dei reparti delle SS e, in particolare, del
famigerato capo della polizia tedesca di Trieste, Odilo Globocnik (uno dei più
grandi criminali nazisti della storia, vice ed amico intimo di Himmler).
Il bunker venne realizzato in tempi brevi e in super segretezza, tanto
è vero che non esiste a tutt'oggi traccia di documentazione a riguardo. Alla
progettazione del bunker lavorarono due ingegneri, un ufficiale della Wehrmacht
ed un civile boemo, di nome Salechar, ed un italiano, Donato Di Stasio. I
lavori di progettazione e realizzazione del bunker vennero loro commissionati
giorno per giorno, senza mai mostrare un disegno costruttivo completo del
bunker. Purtroppo al civile boemo furono commissionati i lavori del passaggio
tra il bunker e Villa Ara, quest'ultima sede-covo di Globocnik. Così, non
appena completato il lavoro, il boemo venne prelevato da una squadra della
morte su ordine dello stesso Globocnik, per poi venire immediatamente eliminato
siccome "sapeva troppo".
Nella stessa via, poco più a nord, si trovano i tre ingressi delle
gallerie antiaeree italiane (comunque collegate al bunker tedesco) realizzate
dalla ditta Colombo e riservate prevalentemente al personale delle poste e
delle ferrovie.
Subito dopo la fine della 2° guerra mondiale,
la copertura corazzata del bunker tedesco (quella che si vede nel mio pupolo)
venne definitivamente smantellata, ed il bunker chiuso da una porticina di
ferro fatta costruire dal settore lavori pubblici del Betfor (British Element
Trieste Force). Dopo decenni di abbandono, il bunker ed i vicini rifugi
italiani vennero esplorati per la prima volta (nel 1983) dagli speleologi
urbani della Società Adriatica di Speleologia. Successivamente, verso la fine
degli anni '90, il CAT (Club Alpinistico Triestino) prese in consegna il bunker
ed i rifugi, per poi restaurarli e renderli agibili al pubblico.
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Un malinconico e poetico Topolin Morbin (!) passa sotto l'Arco di
Riccardo, in una serena notte di primavera del 1932, sulle dolcissime e
amorevoli note di "Co' son lontan de ti (Trieste mia)", celeberrimo
pezzo nostalgico del 1925 scritto da Publio Carniel e Raimondo Cornet (autori
anche di "Una fresca bavisela (Marinaresca)", 1944).
L'Arco di Riccardo ha pure incontrato vari stravolgimenti del paesaggio
attorno a sé, nel corso dei secoli. La modifica raffigurata nel pupolo giunse
negli anni '20, allorquando si demolì il muretto seicentesco che cingeva l'arco
stesso e riportando così alla luce i resti romani presenti sotto la piazzetta
Barbacan; dopo essere stati catalogati, i resti vennero ricoperti dai masegni.
Si lasciò solo uno spazio attorno alla base esterna dell'arco proteggendola con
un passamano. Negli anni successivi, la base dell'arco venne aperta tutta fino
al lastricato di origine romana, quest'ultimo tuttora visibile.
Qui sotto c'è un mio pupolo fumetto augurale ambientato
nell'anno 1987 (un grande anno per Trieste!)
Auguroni a Lorenzo, come dicevo poco più sopra. Difatti, il nostro mitico
portabandiera della canzone triestina festeggia quest'importante traguardo d'età, sabato
24 giugno 2017.
E per festeggiarlo, voglio ricordarlo attraverso alcuni
importanti momenti della sua carriera soprattutto locale (ma non solo).
Inizio con una musicassetta storica, per noi triestini
tutti.
Sì, perché desso va de moda el cd e el computer... ma
quando che ghe iera le cassetine, eh? Chi el se ricorda de questa storica
compilation (primi anni '80)?
Si tratta della "PILAT Supercassetta", anno
1982.
Tale musicassetta, in pratica raccoglieva quasi tutti i
tre precedenti lp folkloristici triestini di Pilat ("Trieste matta"
del 1973, "La mula" del 1975 e "Io, Trieste" del 1978). Pur
essendo stata soppiantata, da tempo, da altre riedizioni ed infine da 5 cd,
tale cassetta resta un "totem" per due generazioni di triestini.
Negli anni '80 e primi '90, chi voleva conoscere la produzione dialettale
locale di Lorenzo... aveva tutto, con questa cassetta che si poteva portare
dapperttutto, con mangianastri e/o autoradio vari.
Ovviamente non c'era festino o viaggio in auto dove non
si cantasse a squarciagola assieme alla cassetta.
Che poi, dentro c'è di tutto: dal sentimento alla
poesia, dall'allegria alla goliardia, dai cori improvvisati ai canti
appassionati. Indispensabile compagna negli anni '80, assieme a tantissima
altra bella musica, italiana e straniera, di allora. (Y) Bei tempi.
Qui potete ascoltare un estratto del lato A:
Qui, invece, il seguito:
Foto d'epoca... qui con i suoi amici e compagni d'avventure musicali, Daniele Pace e Mario Panzeri; insieme hanno scritto grandi pagine della musica italiana ed internazionale degli anni '60 e '70.
Due foto promozionali del 1973, all'epoca del lancio discografico del suo primo LP dialettale intitolato "Trieste Matta" (CBS Sugar - 1973)
Nel 1977, al cabaret Derby Club di Milano, durante un'esibizione in stile Elvis Presley.
Al Circolo della Stampa di Milano, durante la presentazione del disco triestino "Trieste Matta", in compagnia del regista Ermanno Olmi . Anno 1973
Un momento di "pausa riflessiva" di Lorenzo (sempre nel 1973)
Nel 2007, al Teatro Politeama Rossetti di Trieste, durante il suo Recital Live
E continuiamo a festeggiare, sempre con gli amarcord fotografici e video.
:)
TEDDY RENO E LORENZO PILAT INSIEME!
Teatro Politeama Rossetti di Trieste, 28 dicembre 1985 (e non 27, come erroneamente riportato nella foto, pardon); in quell'occasione, in tale teatro si svolse il 7° Festival della Canzone
Triestina... il primo festival dialettale al Politeama, dopo più di trent'anni
dall'ultimo concorso canoro dialettale svoltosi in questo prestigioso teatro
triestino.
L'evento di punta fu l'esibizione -assolutamente
improvvisata e fuori programma- di due dei tre massimi rappresentanti nazionali
ed internazionali della triestinità in musica (il terzo è Lelio Luttazzi):
Teddy Reno (vero nome Ferruccio Merk Ricordi) e Lorenzo Pilat !!!
Nel momento di questo scatto fotografico (fotografia di
Fulvio Marion), i due big musicali stanno intonando la popolarissima “Trieste
mia (Co' son lontan de ti)”, 1° Premio al Politeama Rossetti nel lontano 27
gennaio 1925, composta da Publio Carniel e Raimondo Cornet, questi ultimi due
già notissimi anche per la loro “Marinaresca (Una fresca bavisela)” del 1944.
Ancora amarcord dal 7° Festival della Canzone Triestina
L'esibizione di Lorenzo, in un significativo medley di canzoni folkloristiche triestine.
Per le foto si ringrazia Fulvio Marion.
Sempre amarcord triestini di Lorenzo; un breve videoclip
del 1978 contenente una breve porzione del brano "Trieste un poco
americana" (di Lorenzo Pilat, Toni e Franco Damiani).
Il brano (sempre anno 1978) narra di una cinquantenne
degli anni '70 che, vedendo i marinai americani di passaggio in città, si
ricorda di un soldato USA degli anni '50, suo grande amore di gioventù di
quegli anni. Difatti, dal 1947 fino al 1954 Trieste si trovò sotto un lungo
periodo di amministrazione angloamericana: l'acronimo era GMA, ovvero Governo
Militare Alleato composto sia da soldati del TR.U.S.T. (Trieste United States
Troops) sia da soldati del Betfor (British Element Trieste Force).
Amarcord semi triestino e semi rock 'n roll a Telefriuli, Natale 1984; Lorenzo è per la prima volta ospite del cantautore friulano Dario Zampa, al programma-quiz "Caric e Briscule".
In seguito i due diverranno amici, collaborando assieme nelle trasmissioni "L'ora di casa nostra" (Telefriuli, 1988) e "Stasera è sempre colpa della chitarra" (Telefriuli, 1989)
Amarcord estivo. Per chi ha iniziato o sta per iniziare
le ferie, ecco un bel videoclip estivo (girato sulla riviera barcolana, a
Trieste, nell'estate del 1978) strapieno di sole, mare, allegria e tante belle
"mule" ("mule", che in dialetto triestino significa
"ragazze")!
Adesso, invece, passiamo alla "produzione
estera" di Lorenzo, con un poco di country rock di qualche tempo fa,
rigorosamente dal vivo alla discoteca Hippodrome di Monfalcone, anno 1987: "Mule Skinner Blues", in Italia meglio noto
come il "Blues del Mandriano". Un antico pezzo popolare americano (genere
Bluegrass) reso celebre dai Fendermen (in versione più rockettara), che narra
in maniera simpatica la storia di un giovane mandriano del vecchio West, qui
all'opera come maldestro scorticatore di muli. Buon ascolto.
Dopo l'aperitivo... ci vuole un qualcosa di forte!
(sempre live, cioè rigorosamente dal vivo, a Telefriuli nel 1987, con tanto di Fender Telecaster) :)
"The House of the Rising Sun" (in Italia nota
come "La Casa del Sole"), un classicissimo ed antico brano folk
americano (a sua volta derivante da una ballata inglese. Probabilmente
"Matty Groves", risalente al '600), e scritto nei primi anni dell'800
da una coppia del Kentucky; Georgia Turner e Bert Martin.
E' un brano che è stato reso celebre nel 1964 da Eric
Burdon e gli Animals, per poi essere successivamente ripreso da numerosi
artisti in tutto il mondo.
Si tratta di un folk blues che parla di una casa di
tolleranza di New Orleans. Alcuni ritengono che la casa sia esistita realmente
e che fosse presieduta da una maîtresse di origini francesi chiamata Marianne
Le Soleil Levant, dal cui cognome (o forse soprannome) sembra essere derivata
la denominazione della casa (La casa del sole nascente, per l'appunto).
Tra le ipotesi più accreditate c'è quella che la vuole
situata proprio a New Orleans: la notizia del suo abbattimento, avvenuto nel
2007, ha trovato spazio nelle pagine di qualche quotidiano statunitense.
Del testo esistono due diverse versioni: una al maschile
(la versione presentata qui) e una al femminile. Quella maschile parla di un
ragazzo proveniente da una famiglia problematica, pentito di aver passato la
sua vita nel peccato e nella infelicità frequentando la "Casa del sole
nascente"; quella femminile, invece, parla di una ragazza pentita di
essere entrata nel giro della prostituzione e costretta a rimanere in quella
casa per poter vivere.
Buon ascolto!
"So schön,
schön war die Zeit, so schön, schön war die Zeit...
Brennend heißer
Wüstensand;
fern, so fern dem
Heimatland"
Così inizia il testo di "HEIMWEH (Brennend heißer
Wüstensand)", in Italia conosciuta come "Nostalgia", unione di
tre antichi brani popolari tedeschi risalenti alla Grande Guerra, che narrano
appunto dell'estrema e struggente nostalgia di casa e dei propri affetti
durante momenti duri della vita vissuti in lontananza. In pratica sono
l'equivalente tedesco dei canti degli alpini.
Il brano Heimweh venne scritto negli anni '50, e fu un
successo del cantante e attore austriaco Freddy Quinn (all'anagrafe Franz Eugen
Helmut Manfred Nidl). Tale brano ebbe un momento di popolarità anche negli USA,
con la versione in inglese intitolata "Memories Are Made of This"
interpretata da Dean Martin.
Qui viene proposta una versione dal vivo del testo
originale in tedesco, realizzata nel 2016 in diretta sull'emittente triestina
Telequattro.
Buon ascolto.
Ancora Tanti Cari Auguri, Lorenzo, colonna sonora dei
triestini di tutti i tempi (esagero? Ma sì, esageriamo pure!!!).